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L’AMEBA NON PUÒ IMPARARE IL COREANO

L’AMEBA NON PUÒ IMPARARE IL COREANO

Dove vanno i kg persi?

Mi si ferma il respiro di fronte a questa domanda: non me la sono mai fatta, non ci ho mai pensato, la fretta di scrollarli via di dosso senza pensarci più perché troppo grossi e grassi, non mi ha mai fatto chiedere che fine, poi, facessero.

Ma chi se ne frega basta estinguerli, eliminarli, preferibilmente il prima possibile. E invece a pensarci quei kg avevano uno spazio e un tempo, erano pieni di cose: grosse, grasse, brutte ma poi anche belle, ingombranti, che chi l’ha detto che le cose ingombranti sono tutte da ridurre ed educare, forse a volte le cose “tante” fanno solo paura perché non si sa dove metterle e se si ha spazio a sufficienza per tenerle al caldo. Un po’ come le storie che finiscono e ci si affretta ad alleggerirsi, come quando hai fatto una camminata lunghissima in montagna e senti così tanto caldo che ti viene da levare tutti i vestiti insieme, dalla termica alla giacca a vento e appena li levi ti sembra di respirare di nuovo: ahhh finalmente, aria! Ma dopo poco, senti un freddo gelido da brividi che non si placa neanche con la coperta di lana a quadri rossi e blu e in un attimo ti ammali. La gola o forse qualche strato più sotto, che in quegli strati c’era anche qualcosa di te e a prendere e buttarli via di colpo, ti fai male.

Marta e Antonio per esempio ad un certo punto si abbracciano per lasciarsi, che a lasciarsi si deve essere sempre in due, magari in tempi diversi, magari sull’Isola Tiberina dove nascono vite, ci si scioglie nell’abbraccio più caldo, abbandonato, faticoso, sudato, rinnovato, vitale e doloroso di sempre. Ma mica arriva subito questo abbraccio, prima succedono un sacco di cose.

Tipo dare un tempo alla sofferenza: dare un tempo alla sofferenza del corpo ed uno a quella dell’anima, imparare a farlo mentre si pedala delicatamente con una mantella rossa, mentre si mangia un gelato fragola e cioccolato, tornando a sentire il gusto dello zucchero sulle dita e sulle labbra, sporcandosi a ritrovare il senso delle cose che, anche se destinate a finire, appaiono senza fine.

E poi in ordine sparso:

Regalare quel che rimane come un quadro di profili di nero e donna, che quando lo levi dalla parete rimane la figura ma non l’ombra, perché nulla è buio quando si dona senza nulla chiedere in cambio, se non che l’altro viva squisitamente la sua unica, originale, spassionata e pulsante vita a modo suo, solo suo.

Gigli bianchi e supplì, pieni, bollenti, filanti e super fritti. Edera e fischietto: una trasforma il sole in vita e l’altro il vento in suono, due cose vive che decide di prende chi quella vita l’aveva persa e tagliava la pelle per far entrare la luce. Succede si arrivi a perdersi così brutalmente nel buio e trovare qualcuno che riesca a vedere e capire, fa la differenza. Qualcuno che si accorga che un mal di pancia può nascondere altro e non lascia correre via mani in cerca di presa.

Radiatori rucola e limone, nella wishlist: ricetta facile da fare, basta olio al peperoncino e aromatizzato con la scorza di limone, facile che la posso provare a fare anche io che non cucino neanche i bastoncini di pesce, la posso provare a fare per qualcuno che sorride con la delicatezza di chi sa amare e che si emoziona come un bambino quando lo guardo negli occhi e gli dico “mi piaci”.

Un ragazzo che esce dall’armadio per vivere la sua storia tridimensionale, perché non tutto ha una spiegazione anche se cerchiamo disperatamente sempre di trovarne una per non aver paura. Come cercare un perché al movimento degli uccelli in cielo che diventano figura e sfondo senza trovare mai il limite tra l’uno e l’altro. E ce ne è uno che balla da solo ad un tempo tutto suo, quasi che per qualche attimo si vede solo lui, quasi che il suo battito di ali fa invece vedere più forte la bellezza degli altri all’unisono. Forse se la musica è la stessa non si è soli mai.

E se è vero che l’ameba è l’unico organismo a non potersi ammalare, è anche incapace di imparare il coreano, di riempire tre ciotole con ingredienti che non si sapeva esistessero, una alla volta senza fretta, di fare casino e poi mettere in ordine, di guardare l’alba dalla finestra, di amare e poi non amare più, ma di trasformare quell’amore in una carezza.

Tre ciotole è uscito nelle sale il 9 ottobre, che leggo essere la giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo. E invece questo film secondo me parla di cura, in tante diverse forme, perché l’essere umano ad un certo punto, può essere che si perda e faccia cazzate, enormi cazzate, ma se ha cura di se stesso e dell’altro, ne ha di meraviglia.

A me è piaciuto così come ve l’ho detto, magari piace anche a voi.

Ora scappo, che devo comprare i radiatori.

Susanna Lucatello

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L’AMEBA NON PUÒ IMPARARE IL COREANO
Foto scattata da: rdne
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