COGNETTI: “L’ANNULLAMENTO DELL’AMORE”

In questi giorni sono rimasto molto colpito dalle interviste che lo scrittore Paolo Cognetti ha rilasciato a Repubblica e al Corriere della Sera, in cui parla del tso subito a causa di una “grave depressione sfociata in una sindrome bipolare con fasi maniacali”.
Le cose che dice sono emozionanti, qui riporto solo alcuni passaggi ma vi suggerisco di leggere le interviste integrali.
Ha accettato queste interviste “per dire pubblicamente che le malattie nervose non devono più essere una vergogna da nascondere e che la risalita comincia accettando chi realmente si è”
“Sono stato sedato: da inizio dicembre, causa farmaci, non ho fatto che dormire”.
“…in ospedale ai medici devi obbedire. Ti svegliano alle sei di mattina e ti obbligano a bere subito due bicchieroni di tranquillanti. Sei vivo, ma è come se fossi morto. Avrei cercato di guarire risalendo piuttosto in montagna, o partendo per un viaggio. Dal reparto psichiatrico di un ospedale esci solo se dici e se fai esattamente ciò che chi ti cura si aspetta”.
Dopo queste pubblicazioni si è sviluppato un intenso dibattito sulla disumanità del trattamento sanitario obbligatorio.
Ma la cosa che mi ha più colpito è stata quella di sentire riproporre, anche da persone stimabili come Francesco Merlo, la solita storia, bandiera della sinistra, che “la libertà è terapeutica”. A me verrebbe da dire una cosa banale e ovvia, che è la cura ad essere terapeutica. Allora forse dobbiamo intenderci sul significato di queste due parole, libertà e cura
“Io so che mi sono innamorato di una donna e che per lei, dopo dodici anni, ho lasciato la mia compagna. Per non abbandonare chi mi è stata vicina a lungo, ho chiuso anche la nuova relazione. Non si deve mai rinunciare all’amore, che non ritorna”
“per lasciare la compagna con cui stavo da 12 anni c’è voluto tutto il mio coraggio e anche un bel po’ di alcol. Ho vissuto da alcolista duro e puro: dal caffè corretto alle 8 di mattina all’ultimo whisky all’una di notte, passavo tutto il giorno a bere, finché mi sono sbattuto fuori casa da solo”.
Che libertà c’è in queste parole? Direi nessuna. Eppure non c’era nessun impedimento esterno, nessun poliziotto che obbligasse Cognetti a rimanere con la sua compagna, nessuno che gli impedisse di separarsene, nessuno che lo obbligasse a sentirsi terribilmente in colpa per aver trovato un nuovo amore. Allora forse possiamo essere d’accordo su “la libertà è terapeutica” se per libertà intendiamo anche e soprattutto una libertà interiore, che ci liberi dai divieti interni, da un carcere interiore. Ma allora più che di libertà dovremmo parlare di sanità. E qui si apre un altro bel discorso che ci porta a cercare di definire l’altra parola, la cura.
Si sente sempre dire che gli artisti sono tutti un po’ pazzi. Certo, per essere artisti si deve essere in contatto con il proprio mondo interno irrazionale, altrimenti non si trasmette niente e nell’irrazionale si possono annidare tante insidie.
E per venirne fuori, si aprono due strade. Una è quella più nota, che va tanto di moda, quella di utilizzare delle tecniche per tenere sotto controllo queste rabbie, angosce, colpe, questi vuoti andando nella direzione di un contenimento per non dire di un soffocamento di queste cose, finendo sostanzialmente in un controllo razionale del pentolone bollente che porta dritti dritti verso la normalità, terapie che sostanzialmente agiscono come psicofarmaci “parlanti”. Tutto ciò che l’artista (ma io spero ogni essere umano) rifugge come la peste perché significherebbe la fine della sua creatività e sostanzialmente della sua identità.
L’altra strada è quella che io ritengo essere la vera cura, meno praticata, più lunga e complessa, che consiste nell’affrontare quei divieti interni, quei vuoti nascosti, quegli annullamenti inconsci, che impediscono alla nostra identità profonda di essere libera. Non è facile, occorre una teoria solida altrimenti si fanno pasticci.
Nelle interviste emerge un tema cruciale, quello della depressione, quella vera, quella brutta e pericolosa, che non ha niente a che fare con la tristezza. È la perdita degli affetti, l’anaffettività. Cognetti ce la racconta come solo lui sa fare: “È successo che i miei occhi hanno mutato sguardo. Già un anno fa mi sono scoperto depresso. Per me un bosco è tornato solo un bosco, un torrente solo un torrente, perfino un albero non mi ha detto più niente. Nel cuore è sceso il silenzio: la malattia è riuscire a vedere solo il lato apparente della realtà” “…restavo nella mia baita a guardare il soffitto, qualcuno provava a trascinarmi fuori, ma non mi importava più di niente, non c’era più amore né per mia madre e mio padre che erano lì ad accudirmi, né per il mio cane Lucky: il mio cuore era inaridito. “… nella depressione non provavo più nulla,…. In quel periodo ho vissuto l’annullamento dell’amore”.
Proprio della pulsione di annullamento ho accennato qualcosa un po’ di tempo fa su questo blog. Ribadisco, se non si conoscono e non si affrontano queste dinamiche, che sono inconsce, non si può parlare di cura.
Perdonatemi la digressione ma leggendo la frase struggente:” la malattia è riuscire a vedere solo il lato apparente della realtà” mi è venuto da rispondere al generale Vannacci: chi non vede che la Egonu è nera deve andare dall’oculista ma chi vede soltanto che la Egonu è nera, deve andare dallo psichiatra!
Penso che mai come in questo periodo il ruolo degli artisti sia fondamentale e noi dobbiamo aiutarli a non ammalarsi senza diventare normali. E forse servirebbe che anche i nostri politici di sinistra ritrovassero la capacità di sognare, di vedere che un albero non è solo un albero, la capacità di immaginare un mondo diverso fregandosene dei sondaggi che ci dicono solo ciò che appare, ricordandosi che “la malattia è riuscire a vedere solo il lato apparente della realtà”
Buon anno!
Marco Michelini
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“La malattia è riuscire a vedere solo il lato apparente della realtà” è una di quelle frasi rare e preziose che illuminano il pensiero. Fantastica.
Sono andata a leggere la bellissima intervista a Cagnetti, grazie per questo articolo.