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UN SOFFIO DI VENTO

UN SOFFIO DI VENTO

In questi mesi mi sono stupita spesso. Lo stupore è sempre una bella sensazione per me. Mi fa fare pace con il mio essere mortale, con il fatto di non poter sapere sempre prima le cose e colora la realtà con una luce nuova. 
In questi mesi mi sono stupita di aver fatto moltissime cose, da quelle più involontarie a quelle fatte con vera e propria intenzione. 
Ho scoperto che posso, ad esempio, starnutire normalmente. Posso fare l’occhiolino, sia con l’occhio destro che con quello sinistro, certo col sinistro è più difficile e mi ci devo impegnare un po’. Posso camminare e fare lunghe passeggiate e saltare su un piede solo quanto voglio (anche se per precauzione non mi sono spinta oltre i tre saltelli). Posso bere più di due bicchieri di vino ma meno di tre a stomaco vuoto senza rischiare di perdere la coordinazione sedere-sedia. 
E poi posso fischiare. 
Anche adesso sto fischiettando (fiufiufiufiufiufiufiufiufiufiiifiiifiiiiiii senti?!). 
Il fischio forse è come un vento che viene da dentro. E il vento porta con sé delle cose e ne porta via altre. 
A casa mia, mio padre lo faceva spesso e anche mio nonno prima di lui. 
Mio nonno fischiava per chiamarci da lontano, i figli e poi i nipoti, e noi quando lo sentivamo dovunque fossimo sapevamo che era lui, che quello era il nostro fischio – tradizione pastorale forse chissà. 
Invece mio padre quando fischiava era diverso. 
Col tempo ci ho ripensato a quei fischi e ho capito che in lui c’era qualcosa.
Me ne sono accorta solo da adolescente quando lui e mia madre si stavano separando. 
Lo vedevo meditante e pensoso. E in tutto quel suo essere assorto lui fischiava. 
Ricordo che aveva lo sguardo lontano, lontanissimo, che quasi sapevo che a volerlo raggiungere non ci sarei mai riuscita. 
Si vede che aveva scoperto che anche l’aria può essere un muro dietro cui nascondersi. 
Io però, nonostante i suoi sforzi di diventare invisibile, sono sempre riuscita a vederlo. 
(Fiuuuuuufiuuufiuuuufiuuuufiuuuuufiuuuuufiuuuuuuu)
Comunque, in tutto questo tempo, dicevo, mi sono stupita di riuscire a fare proprio tutto, anche aspettare.
Che a volte è una cosa che si dice così tanto per dire, di non avere fretta, di aspettare. 
Eppure, in questi mesi, mi pare di aver capito meglio che cosa significa. 
Quando mio padre è morto, ad esempio, io sentivo dentro di me una grande fretta. Volevo sbrigarmi. Volevo stare bene, sorridere, viaggiare e fare tutte quelle cose che pure fino ad allora mi pareva di aver fatto, ma non bene. Come se nella mia testa c’era nascosto il pensiero che se c’è qualcuno a cui vuoi bene che sta così male non è giusto stare bene, non è giusto sorridere, non è giusto viaggiare.
(Fiuuuuuufiuuuuufiuuuuuuufiufiufiufiufiufiufiu) 
Ricordo che la prima cosa che ho pensato è stata: se quando salvi qualcuno sei un eroe, che cosa sei quando non lo salvi? 
E ci ho combattuto un po’ con il tempo, non mi sono risposta, o almeno non del tutto, però sono riuscita a domandarmi altre cose. 
Ad esempio mi sono chiesta: ma un eroe, come lo salva uno che non si vuole salvare?
Anche quella volta, quando mio padre se n’è andato, sono rimasta molto stupita, insieme a molte altre emozioni alcune immaginabili altre un po’ meno.
(Fiuuuufiuufiuuufiufiufiuuufiuu) 
Una cosa che ricordo dei giorni successivi è stata che ognuno a suo modo voleva darmi una mano, ma mi sembrava che in pochi riuscissero davvero a capire come mi sentivo. Per molti la morte di mio padre è stata catartica, per altri è stato come un esercizio, una prova, come quando fai la brutta prima di consegnare il tema. 
E per me? Mi sono chiesta che voto avrò preso io? (Fiuuuuuuuuuufiuuuuuuufiuuuuuuuufiiuuuuuufiuuufiuuuuuuuufiuuuu).
Una cosa che mi hanno detto alcuni è stata: “vedrai che con il tempo passa, anche se non passerà mai davvero!”.
A me quel “non passerà mai davvero” suonava come una condanna e finivo per concentrarmi sul senso di fastidio che provavo verso quelle parole, il che, devo dire, era anche comodo perché mi faceva sentire arrabbiata ed essere arrabbiata, in quel momento, mi faceva meno paura di essere triste.
(fiufiiiiiuuuuuufiufiufiuuuuuufiufiufiuuuuuu) 
La notte che mio padre è morto era dicembre e c’era un vento che sembrava avrebbe portato via tutto. A me piaceva che dentro e fuori le condizioni atmosferiche si somigliassero.
Ricordo la telefonata con la dottoressa dell’ospedale. Mi ha chiamata per dirmi con un tono di rimprovero: “Io se mio padre fosse in ospedale in queste condizioni non starei a casa a dormire, perché potrebbe essere l’ultima occasione di vederlo!”. Lo diceva per me (almeno così sosteneva lei) ma senza alcun interesse, senza pensare a chi c’era nel letto dell’ospedale lì a qualche passo da lei, né a chi c’era all’altro capo della cornetta.
(Fiuuuuuuufiuuuuuuufiuuuuufiufiuufiuuuuufiufiu) 
Lei lo diceva senza sapere quante volte, negli ultimi tredici anni, mio padre era entrato e uscito dagli ospedali. 
Lo diceva senza sapere quante notti in bianco avevamo passato chiedendoci cosa sarebbe successo, lo diceva senza sapere quante liti con i medici, con gli infermieri, con lui avevamo già superato per essere arrivate fin lì, io e mia sorella. Quante… 
Poi ho capito che se le avessi detto 143, o 85, o tante, non le sarebbe comunque importato perché la dottoressa in realtà voleva solo farmi sentire in colpa.
(Fiufiufiufiufiufiufiufiufiuuufiufiufiufiufiufiufiufiu) 
In questi mesi oltre ad essere stupita, alle mille cose che ho fatto volontariamente o involontariamente, ad aver capito davvero che significa aspettare, credo di aver anche finalmente imparato come fare la raccolta differenziata.
Ma che c’entra, dirai! 
C’entra. Prima di tutto perché ho capito che non bisogna buttare tutto! Anzi alcune cose vale la pena tenerle, e piano piano gli troverò un posto. Senza fretta, ormai ho imparato. In più mentre già da un po’ avevo imparato, ad esempio, che la rabbia è meglio buttarla nella carta, l’anaffettività nel vetro e l’invidia nella plastica, ultimamente ho capito dove va il senso di colpa. 
Il senso di colpa va nell’organico. 
Eh sì, perché una volta che te ne sei liberato lo puoi trasformare e ci puoi addirittura concimare le cose e farle crescere più belle e più forti di prima.
(Fiuufiuufiufiufiiiiiiiiiiiiiufifiufifiu)
Insomma in questo mezzo giro della terra intorno al sole, in questi mesi di stupore, di attesa, di domande, di fischiettii, ho pensato fortissimo a quando si dice stare al mondo. 
Stare al mondo non è che un verbo, una preposizione articolata e un sostantivo, e però è quello che ognuno solitamente fa involontariamente senza accorgersene. Succede e basta. 
Ma poi ci sono delle volte che te ne accorgi, e accade quando fai cose semplici come dare un bacio, fare un disegno o leggere una poesia, ti accorgi di essere vivo, che stai al mondo.
Ed è bellissimo come un soffio di vento che viene da dentro!

Ilaria Serpi

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Foto scattata da: lena-goncharova
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