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NON VOLEVO FARE LA MAESTRA!

NON VOLEVO FARE LA MAESTRA!

Quando ero piccola, non ho mai giocato a fare la maestra e da adulta non avrei mai pensato di fare l’insegnante.

Invece, eccomi qua! Mi sono innamorata!

Di quelli che non vedi l’ora di incontrare e non perché siano perfetti ma perché ti costringono continuamente a metterti in gioco.

Nulla è scontato e più sono complicati, più me ne innamoro.

Ma non è semplice, a volte ti assale lo sconforto.

La fatica arriva quando rimango da sola. In classe sparisce!

E poi? E poi ci sono i social, i media, i nostri “meravigliosi“ politici che rendono tutto più difficile. Meno stranieri nelle classi, no al burka o al niqab!

Ma risolviamo davvero così i problemi della scuola?

Luogo di studio, sì, ma anche uno spazio dove i ragazzi e le ragazze imparano a stare insieme, a rispettarsi e risolvere i conflitti senza violenza. La scuola è aperta a tutti, ci ricorda il nostro presidente, un principio fondamentale dell’articolo 34 della costituzione italiana.

Come si fa a pensare che la presenza di studenti provenienti da altri paesi, sia un problema? Dico spesso ai miei alunni: “immaginate che noia se fossimo tutti uguali, stesso modo di pensare, di agire… Una noia mortale! È bello essere diversi e crescere insieme”.

I miei alunni, studenti della scuola secondaria di primo grado, arrivano piccoli, qualche volta spaventati dal cambiamento, a volte fragili con famiglie non sempre “perfette”.

Ho lavorato a Roma in contesti difficili: al Trullo, a Tor Bella Monaca, dentro quelle comunità ci sono ragazzi pieni di capacità che hanno semplicemente bisogno di avere le stesse opportunità degli altri.

Ho imparato presto che non tutto il disagio ha bisogno di una certificazione. Non tutto ciò che fa soffrire un ragazzo può essere inserito in una categoria. Non dobbiamo costruire una scuola nella quale esiste attenzione soltanto quando arriva un documento.

A 13 anni non siamo ancora adulti, forse questa è la cosa che dimentichiamo più facilmente. A 13 anni si è bambini ed adolescenti insieme. Si cerca di capire chi si è. Si ha bisogno del gruppo. Si ha paura di essere esclusi. Si vive il corpo che cambia. Si cercano modelli. Si sperimenta la rabbia. Si fanno errori.

E oggi tutto questo accade dentro un mondo nel quale i ragazzi sono esposti continuamente ai social, alla violenza digitale, alla ricerca di approvazione.

La vera emergenza è la disuguaglianza.

E’ il fatto che nascere in una famiglia o in un quartiere piuttosto che in un altro può ancora determinare fortemente le opportunità educative di un bambino. La scuola pubblica dovrebbe essere uno degli strumenti più potenti per spezzare questo meccanismo. Dovrebbe essere il luogo nel quale il talento conta più del reddito dei genitori.

Servono insegnanti valorizzati, classi sostenibili, psicologi ed educatori, biblioteche e palestre, serve una scuola che non lasci sola la famiglia.

Non voglio una scuola che produca studenti ubbidienti.

Voglio una scuola che insegni a pensare. Che insegni a discutere senza odiarsi. Che insegni che la libertà ha bisogno di responsabilità. Che insegni che le differenze non sminuiscono nessuno. Che insegni che chiedere aiuto non è una vergogna. Che insegni che avere una disabilità non significa essere definiti dalla propria disabilità. Che insegni che avere origini straniere non significa essere meno italiani, meno cittadini, meno parte della comunità. E soprattutto voglio una scuola capace di dire ad ogni ragazzo: “Tu non sei il tuo quartiere. Non sei la tua diagnosi. Non sei il tuo passaporto. Non sei il tuo voto. Non sei il tuo errore. Sei una persona e noi siamo qui per aiutarti a crescere”.

Uguaglianza significa fare in modo che tutti abbiano davvero la possibilità di arrivare lontano.

Voglio una scuola che faccia crescere i ragazzi liberi responsabili, solidali e, soprattutto, sani e felici. Perché educare non significa soltanto insegnare dei contenuti o come stare al mondo. Significa anche e soprattutto, provare ogni giorno, a costruire un mondo nel quale quei ragazzi possano stare bene.

Io da loro imparo, ogni giorno, qualcosa e spero sempre di lasciare un piccolo segno positivo nella loro vita. Sono i colori della vita con tutte le loro personali sfumature.

Forse non avevo mai immaginato di diventare insegnante, ma oggi so che è esattamente il posto in cui voglio essere.

Gabriella Grandoni

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