NESSUNA LEGGE È PER SEMPRE

“L’ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque.” – Martin Luther King
Caro Papillon,
quando diversi anni fa, spinta dalla curiosità e dall’incoscienza, sono andata in Israele, ho visto tante cose.
Era novembre e faceva caldo, un bel caldo, come quello delle vere mezze stagioni. Ricordo gli ulivi e il deserto, ricordo la sensazione così strana di rimanere a galla nelle acque del Mar Morto e la gazzella che ci aspettava all’alba tra le rovine della fortezza di Masada. Avevamo programmato ogni tappa del viaggio, cercato treni, alberghi, cose da fare, da mangiare, da dire. Siamo partite pensando che di sicuro avremmo scoperto il segreto per cui tanti mondi diversi si sfiorano proprio lì, e come riescano, nonostante tutto, a convivere.
Era il 2013 e non avevo ancora riflettuto davvero sul titolo insolito della guida che avevo comprato: Israele e Territori palestinesi. Ci vollero dieci anni per capire, fino in fondo, che cosa significasse.
Ovviamente conoscevo la situazione, ero passata io stessa per quei check-point, avevo costeggiato il muro con tutto quel filo spinato, respirato quell’aria, letto le notizie sui giornali, ma in qualche modo c’era una specie di velo che mi impediva di capire veramente, di crederci forse.
Ricordo un particolare, tra i tanti che resero quel viaggio così ambiguo. Stavo facendo i controlli in aeroporto. Tra le molte domande che mi sembravano assurde, l’uomo dell’aeroporto mi chiese: “Se io ora aprissi il tuo bagaglio, potrei trovare dell’esplosivo?”.
A quel tempo, non riuscivo davvero a mettere insieme tutta quella bellezza con il senso di tensione che per più di una settimana avevo sentito addosso, come se avessi messo le mani in un cesto per prendere un frutto succosissimo e fossi rimasta impigliata nel terreno, dentro radici profonde così intrecciate da essere impossibili da sciogliere.
La vita qui è così diversa, pensai, una volta tornata a casa. E quel pensiero finì in uno scomparto del mio cervello, chissà perché, relegato nella categoria: Cose per cui non posso fare nulla.
Negli ultimi anni ho ripensato molto a quel viaggio. Ogni giorno quasi, tutte le volte che qualche notizia agghiacciante arrivava al mio orecchio. Anche negli ultimi giorni perché, come avrai letto, il parlamento israeliano ha approvato una legge che di fatto impone la pena di morte per i palestinesi e segna un punto di non ritorno: la dichiarazione, persino giuridica, di una distinzione tra vite che contano e vite che non contano.
E come ogni volta negli ultimi anni, quando leggo notizie del genere, non posso fare a meno di chiedermi: ma siamo proprio sicuri che non possa fare nulla?
Qualcuno potrebbe pensare che sia un problema legato ai fondamentalismi religiosi e alle loro idee estremiste ma in realtà non è solo questo. Qui si parla di malattia mentale, di annullamento di un popolo e deliri di onnipotenza legati a ragioni tutt’altro che ultraterrene. Sempre con questa mania di fondo di dover trovare un nemico da cui difendersi e contro cui combattere.
Tornando al caso specifico, non si tratta solo della norma in sé, che in ogni caso mi sembra dissonante rispetto al punto evolutivo in cui dovremmo essere arrivati nella storia, ma del contesto in cui nasce e del modo in cui è stata celebrata. Letteralmente con pasticcini e champagne. E davvero mi chiedo: chi può permettersi di proporre e approvare leggi così, e insieme comportarsi in questo modo?
Una legge costruita su una definizione selettiva di “terrorismo”, che ovviamente si applica solo a una parte della popolazione (quella palestinese), e sostenuta apertamente da figure politiche che hanno fatto della violenza un linguaggio quotidiano.
Una ricetta ripugnante: un impianto discriminatorio, violazioni del diritto internazionale e, soprattutto, la trasformazione della legge in uno strumento di supremazia.
Ma quello che mi fa trasalire non è neanche solo questo.
Questa svolta avviene dopo anni di massacri della popolazione palestinese, dopo le minacce e l’attacco di paesi esteri, con la complicità degli amici ricchi e stupidi, dopo aver infranto e sovvertito qualsiasi briciola di diritto umanitario, e dopo aver cercato di convincere il mondo della correttezza di una modalità violenta e corrotta di agire. E nonostante tutto, suscita solo dichiarazioni fiacche e reazioni a dir poco timide della comunità internazionale.
E penso che, quando una norma così estrema non incontra un’opposizione netta, il problema non è più solo di chi la approva e di chi la subisce. È di tutti. E credo che quando si continua a prestare il fianco ai criminali, quelli continuano a commettere crimini.
Devo dire che sono sbalordita da quanto tutto si muova così piano. Sono stupita da quanto tempo ci voglia per chiamare le cose con il loro nome, per rifiutarsi di dare corda a politici patologici e disumani, sono allibita da come sia lento il mondo nonostante giri a 1700 km/h.
Sarà forse, caro Papillon, che arriva un punto in cui anche una lumaca deve cominciare a interrogarsi sui motivi della propria lentezza.
Certo, noi un pezzetto l’abbiamo fatto. Un no, piccolino, una bandierina, l’abbiamo alzata. Ma quanto c’è ancora da fare, mi dico, e subito dopo mi incalzo: ma che cosa posso fare?
Forse più di quanto mi sono sempre raccontata.
Continuare a informarmi, anche quando è scomodo. Parlare, anche quando è difficile. Fare domande, anche quando le risposte non arrivano. Non smettere di espormi. Firmare, votare, scegliere con attenzione a chi dare voce e potere. Parlare con chi non la pensa come me, senza cercare per forza di convincere, ma senza nemmeno fare un passo indietro quando sento che quello che penso è giusto ed è umano.
Usare, finché posso, tutti i diritti che questa democrazia mi mette tra le mani, per il semplice fatto che non sono scontati, e perché da qualche parte c’è chi non li ha.
E soprattutto posso continuare. Possiamo continuare, caro Papillon. Continuare a non distogliere lo sguardo. Continuare a non considerare inevitabile ciò che inevitabile non è.
Allora che dici, continuiamo?
Ilaria Serpi
Commenti (3)
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Si, Ilaria.. continuiamo..!. oggi piu’che mai bisogna fare un passo avanti e metterci la faccia nelle nostre azioni, perché come diceva Gaber … “La libertà non è star sopra un albero. Non è neanche il volo di un moscone. La libertà non è uno spazio libero Libertà è partecipazione.”
Continuiamo!
Cara Ilaria, ti ringrazio per questa lettera e per la descrizione così realistica della situazione. Sottoscrivo tutto quello che hai detto, anche se ci sarebbe molto di più da raccontare, ma non basterebbe un libro.
Sono stata in terra santa una quindicina di volte, l’ultima volta lo scorso gennaio e avevo tirato un respiro di sollievo perché in Cisgiordania sembrava che le cose andassero meglio, negozi aperti, un po’ di pellegrini, ma ecco che è arrivata la stangata, d’altra parte anche prevedibile.
Purtroppo nessuno vuol capire che non ci può essere pace se non c’è giustizia, e purtroppo Israele continua a considerare la Palestina come una colonia e i palestinesi come un popolo inferiore, da sottomettere e da eliminare e ,se non ci riescono, fanno di tutto per rendere loro la vita impossibile.
Anche io al ritorno da un viaggio nel 2011 ero rimasta talmente arrabbiata – addolorata e mi sentivo così impotente che per qualche anno non ho voluto più interessarmi a quella terra.
Ma poi ho avuto una spinta a ritornare là e grazie alla forza d’animo, alla voglia di resistere e alla speranza delle persone che ho conosciuto (sia palestinesi che israeliani). ho ripreso anch’io la forza di lottare nel mio piccolo, come posso🕊️🕊️🕊️