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LOOKING FOR HUMANKIND

LOOKING FOR HUMANKIND

C’era una volta “il Cercatore”, un individuo che vagava per il mondo con un’ossessione: trovare l’umanità. Non sapeva bene cosa fosse, se un oggetto smarrito, una specie in via d’estinzione o un ingrediente segreto per la felicità.

L’antropologia poteva aiutarlo? Una parola che gli faceva venire il mal di testa, probabilmente una di quelle discipline che si occupano di cose noiose come scimmie e ossa antiche.

Nei telegiornali in cui si racconta del mondo poteva trovare qualcosa? Solo numeri e tragedie, caos e paura.

Nei talkshow dove tutti parlano c’era la soluzione? Sono più monologhi che altro.

In chiesa? Non era il divino che cercava ma il suo contrario.

Al lavoro? No al lavoro no!

Al parco? I cani in fondo sono i migliori amici degli uomini. Gli uomini non possono dire la stessa cosa però.

Quando il Cercatore aveva un dubbio chiedeva consiglio a lui, Gilberto, un’anima antica intrappolata in un corpo… diciamo, “vintage”. Un personaggio che non troverete nei libri di storia, ma che merita di essere raccontato.

Dopo quasi trent’anni di conoscenza, frequentazione e chiacchierate il Cercatore poteva infatti scriverne la biografia.

Nato negli anni Trenta ad Alessandria di Egitto, attualmente residente nella sperduta periferia romana.

Ex studente del liceo Torquato Tasso di Roma, dove l’istruzione era così rigorosa da equivalere ad una laurea, Gilberto è un mix esplosivo di filosofo in pectore, campione di scacchi, artista di miniature di caravelle e galeoni da regalare agli amici e mago delle riparazioni di qualsiasi oggetto munito di presa elettrica.

Ottenuto il diploma come infermiere professionale parte col reparto medico dell’Onu nello sperduto Congo Belga che voleva l’indipendenza dal Belgio e dove le ragioni della guerra si mischiavano con i soliti interessi economici in un territorio dove rame, oro e diamanti di certo non mancavano.

Si stabilì nei dintorni di Elizabethville (oggi Lubumbashi), dal ’60 al ’64, nell’accampamento dell’Onu che avrebbe dovuto pacificare le parti in rivolta. L’organizzazione, per portare la pace, ogni tanto doveva usare le maniere forti. Ironia della sorte, no?

E questo era lo scotto da pagare per medici e infermieri come lui che dalle armi si tenevano alla larga.

Il Cercatore: Hai mai maneggiato un’arma?

Gilberto: Purtroppo si, e odiavo tutte le armi proprio perché le conoscevo.

Dalle armi si tenevano alla larga ma Gilberto e il suo gruppo medico contravvenendo alle direttive del campo non esitavano ad uscirne, alla scoperta della cruda realtà della guerra fatta di sofferenza e povertà. Un gruppo di ragazzi nel bel mezzo dell’Africa tra animali feroci e abitanti locali che odiavano l’uomo bianco più di ogni altra cosa. Intorno al campo erano dislocati diversi villaggi chiamati New Bidonville distinti solo da un numero, e così chiamati per via dei tetti delle loro abitazioni realizzate con i barili di carburante; i villaggi erano tanti, erano tutti uguali e in ognuno vi abitava la fame e la rabbia di un popolo.

Il Cercatore: Va bene la missione dell’Onu per aiutare e curare ma chi ve lo faceva fare ad addentrarvi lì fuori, da soli, senza scorta ed esposti al pericolo?

Gilberto: Perché noi siamo italiani e tutti i ragazzi del mio gruppo avevano un cuore grande così, e lì la nostra missione era mantenere alto il livello di umanità!

E fu così che poco per volta avvicinandosi al primo villaggio, che conobbe Samuel un congolese della limitrofa Bidonville.

Il primo incontro fu un disastro. Samuel era ferito, Gilberto lo medicò.

Il secondo incontro fu un po’ meno traumatico, una sorta di speed date tra culture diverse, dove si scambiavano sguardi interrogativi e qualche parola in francese.

Ma dal terzo incontro in poi, Gilberto e la sua banda di Robin Hood in camice bianco decisero di passare all’azione. E così, ogni notte, il campo dell’ONU si trasformava in un supermercato a cielo aperto, dove sparivano misteriosamente scatoloni di viveri, destinati a sfamare la gente di Samuel, il re della Bidonville.

Ed ecco che nascevano due tribù, i ragazzi dell’Onu e gli abitanti della Bidonville. Gli uni legati agli altri, ognuno sopravviveva grazie all’altro perché se quegli sconsiderati ragazzi potevano aggirarsi senza armi e senza correre pericoli al di fuori del campo, era proprio perché in un certo senso si erano guadagnati il rispetto con il loro operato e accettati nonostante non avessero la pelle nera.

Mai ad un bianco era concesso di entrare nella Bidonville; Gilberto varcò quel confine, e del giorno in cui avvenne ne ricorda la data e l’ora precisa perché e in quell’occasione rischiò la propria vita, ma ne salvò un’altra facendo nascere il figlio di Samuel.

Fu un incontro che fece tremare i confini tra due mondi.

Il Cercatore proprio nel momento stesso in cui parlava con Gilberto, aveva trovato la soluzione: lui era la soluzione.

E così, tra aneddoti e racconti degni di un romanzo d’avventura, Gilberto si rivela un eroe senza mantello, un uomo che ha capito tutto della vita senza aver mai letto un libro di auto-aiuto. Si pone domande esistenziali alla Margareth Mead, tipo “Come faccio a non diventare un cavernicolo?”, e trova risposte geniali, tipo “Faccio nascere bambini e rubo cibo all’ONU”.

Maria Giubettini

Mao

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Foto scattata da: MariGi
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