LA LIBERTA’. DI RESTARE, DI ANDARE VIA, DI AMARE. DI VIVERE.

Negli ultimi giorni c’è stato molto dibattito sull’utilizzo della parola crudeltà.
Ho letto molto in proposito e ho cercato di documentarmi sul perché, secondo molti, non avrei dovuto indignarmi tanto, quando nella sentenza dell’omicidio di Giulia Cecchettin l’aggravante della crudeltà è stato escluso.
In ambito giuridico la crudeltà esiste quando… “l’autore del reato infligge alla vittima sofferenze aggiuntive rispetto a quelle necessarie per la commissione del crimine, dimostrando un atteggiamento particolarmente riprovevole”…
Ho letto alcune spiegazioni (molte volte, più volte) e anche se le ho comprese in “giuridichese” vi confesso che non riesco proprio a non sentirmi ancora un po’ “amareggiata”.
La crudeltà ha avuto luogo ancor prima che l’assassino agisse fisicamente contro la sua vittima: tempo prima che la tragedia si verificasse le scriveva centinaia di messaggi per tentare di privarla della sua libertà cercando di impedirle anche di avere delle amiche e uscire con loro, minacciava di uccidersi per alimentare in lei il senso di colpa, ha fatto liste di materiali necessari per mettere in atto il suo piano (quello di farla sparire per sempre dal mondo) e in ultimo ha approfittato del fatto che lei fosse in pena per lui tanto da concedergli quello che poi sappiamo essere stato il loro ultimo incontro.
Se la crudeltà non è solo fisica, perché non possiamo parlare di crudeltà psicologica?
E perché se la crudeltà giuridica non ha lo stesso significato della crudeltà come la intendiamo nella lingua italiana, allora non possiamo esprimere in altri modi quello che la legge ritiene o no, essere un aggravante?
Le parole non sono sempre necessarie ma quando vanno usate hanno il loro peso e in alcuni casi il peso è enorme!
Ripenso a moltissime situazioni nelle quali alcune donne hanno denunciato violenza psicologica da parte di alcuni uomini (spesso loro ex); e se non ricordo male molte di queste situazioni hanno poi avuto un epilogo tragico.
E’ ancora considerato “normale” che se decido di separarmi da un uomo quest’ultimo possa tempestarmi di telefonate, farsi trovare sotto casa mia, seguirmi quando esco con le mie amiche per controllarmi, mandarmi messaggi dove mi offende pesantemente perché la sola idea che vedo un altro lo fa impazzire, dirmi che se non torno con lui si ammazza o peggio ancora che mi dica che prima o poi sarà lui ad ammazzare me!?
A tutto questo viene dato il giusto peso quando una donna ha il coraggio di denunciare?
Poi, c’è da dirlo…anche le donne spesso si convincono che sia normale, che “parla così perché sta soffrendo molto, prima o poi la smetterà”!
Alcune donne invece non hanno da sole la forza di ribellarsi a tutto ciò, restano incastrate perché il senso di colpa le blocca, o perché ci si allea in modo non sano all’interno di alcune relazioni. Alcune hanno bisogno dell’appoggio di persone che colgono certi segnali e si preoccupano per loro, tanto da dire “NON E’ NORMALE, COSI NON VA BENE”
Forse se si cominciasse a parlare di violenza invisibile, quella dove non sono le mani o le armi ad essere utilizzate, non ci sarebbe ancora bisogno di indignarsi sul concetto di crudeltà e, cosa più importante, si potrebbero evitare meno finali tragici. Forse.
Oggi 25 aprile si festeggia la giornata della Liberazione dall’occupazione nazista e dal fascismo, avrei voluto scrivere qualcosa sul tema della Libertà e pensando a questa parola il mio pensiero non faceva che tornare a Giulia e a tutte le donne come lei che ne sono state private per sempre.
Pensavo alle principali conquiste delle donne nel corso degli anni: il diritto al voto, accesso all’istruzione e al lavoro, parità di genere e libertà sessuale.
A livello giuridico è tutto scritto. Ma quanta strada c’è ancora da fare perché a livello sociale e culturale le donne abbiano davvero gli stessi diritti.
Quando una donna potrà fare un colloquio di lavoro senza che le venga chiesto se un giorno vorrà avere dei figli, quando una donna non verrà considerata una poco di buono se è sessualmente libera, quando una donna potrà lasciare un uomo senza rischiare di essere l’ennesima vittima di violenza?
Spero in un giorno dove poter festeggiare anche questa di Liberazione. Perché si che allora potremmo dire di esser andati oltre una certa cultura dominante; una cultura che fa ammalare e avvelena la mente.
C’è la necessità di cambiare il pensiero.
Buona Liberazione a tutti.
Valeria Verna

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