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ATTRAVERSARE IL DESERTO

ATTRAVERSARE IL DESERTO

Lo chiamano il Quarto Vuoto. Un nome che suona come una storia antica e sembra appartenere più alla leggenda che alla geografia.

Il Rubʿal-Khālī è un’immensa distesa di sabbia. Le sue dune si rincorrono a perdita d’occhio e possono arrivare anche a duecento metri di altezza. In qualunque direzione si guardi non c’è una strada, un edificio, un segno che dica: sei qui.

Infatti, se nei restanti tre quarti del mondo ci sono l’aria, l’acqua e la terra, in quest’ultimo quarto sembra non essere rimasto niente.

Solo sabbia.

In questo luogo si potrebbe persino confondere l’alba con il tramonto e l’unico rumore capace di rompere il silenzio è il soffio del vento, che si diverte a cambiare paesaggio, spostando le dune e cancellando le tracce, forse per alimentare la leggenda che da sempre avvolge il deserto. Eppure, qualcuno è passato.

Per secoli, in quel territorio inospitale, le carovane beduine hanno attraversato montagne di sabbia, imparando a orientarsi in un paesaggio che cambiava continuamente forma.

Non avevano strade da seguire. Sapevano dove la terra nascondeva l’acqua e, quando il sole spariva e il deserto diventava ancora più grande, alzavano gli occhi. Con le stelle trovavano la direzione.

Mi affascina pensare che abbiano imparato a vivere proprio lì, in un luogo che sembra essere l’opposto dell’idea che abbiamo di vita. E che, in mezzo a tutto quel niente, se qualcuno compariva all’orizzonte, non importava da dove venisse: per lui c’erano acqua, cibo e un posto al riparo dal vento. Una tenda aperta.

Probabilmente nel deserto certe cose si capiscono prima che altrove.

Nell’altrove che abitiamo, infatti, non mi pare che l’abbiamo proprio capito bene. Eppure ho la strana sensazione che, da qualche tempo, in un deserto ci siamo entrati anche noi. Non so esattamente quando. Forse è proprio questo il problema.

Se ci fosse stato un confine, una sbarra, un cartello con scritto DA QUI IN POI FINISCE IL MONDO COME LO CONOSCEVI, probabilmente ce ne saremmo accorti. Avremmo fatto scorta d’acqua. Avremmo controllato la bussola. Ci saremmo chiesti se fosse davvero il caso di proseguire. Invece ci siamo arrivati poco alla volta. Prima è scomparso qualche albero. Poi l’erba si è fatta più rada. Poi la terra ha cominciato a seccarsi. Ma ogni volta il paesaggio era abbastanza simile a quello del giorno prima da non sembrare ancora preoccupante. Così abbiamo continuato a camminare. Del resto, fermarsi non era un’alternativa.

E adesso siamo qui. Questo deserto, visto da lontano, sembra vuoto. Ma quando ci sei dentro scopri che è pienissimo, solo che è pieno di cose vuote. Di rumore, per esempio. Voci che arrivano da tutte le direzioni. Qualcuno grida che conosce la strada. Qualcun altro sostiene che una strada non ci sia. C’è chi indica un miraggio e giura di vedere una città, chi vende mappe disegnate la sera prima, chi promette acqua purché tu sia disposto a seguirlo. Tutti parlano. Pochissimi ascoltano.

In più, questo surrogato di deserto in cui ci siamo ritrovati, ha una caratteristica strana: quando ci rimani troppo a lungo, cominci a pensare che il mondo sia sempre stato così. Che è forse una delle cose che mi spaventa di più. L’abitudine. La capacità di sistemare una sedia anche dentro una casa che sta bruciando.

Ed è così che il deserto cresce. Non perché qualcuno lo abbia progettato tutto insieme. Cresce piano piano, ogni volta che smettiamo di fare una domanda, che preferiamo una risposta semplice a una risposta vera, che rinunciamo a conoscere qualcosa perché abbiamo già deciso cosa pensarne. Un granello, lo sappiamo, è solo un granello. Ma ogni volta che guardiamo un essere umano e, prima ancora di vederlo, cerchiamo la categoria a cui appartiene — straniero, ricco, povero, donna, uomo, vecchio, giovane, noi, loro — il deserto cresce.

Qualcuno direbbe che, in questa desolazione, si è trovato un modo molto “comodo” di attraversare il mondo: dividerlo. Dividere, classificare, ordinare. Persino i bambini. Me li immagino tutti in fila davanti a un enorme foglio a quadretti, mentre qualcuno cerca per ciascuno la casella giusta. Età, comportamento, rendimento, attenzione, capacità, difficoltà. Conforme, non conforme. Sopra la griglia qualcuno ha già scritto le voci disponibili; al bambino non rimane che trovare il modo di entrarci. E se qualcosa avanza — un pensiero, una fantasia incomprensibile, un tempo diverso da quello degli altri, una domanda che non era prevista — bisogna trovare un nome anche per quello. Misurarlo, catalogarlo, possibilmente assegnargli un’altra casella.

Come se l’infanzia fosse una catena di montaggio dalla quale dovessero uscire esseri umani compatibili con lo stesso libretto di istruzioni.

E intanto continuiamo a camminare.

Siamo stanchi. Forse anche questo conta. Perché quando sei stanco ti sembra soprattutto che l’unica soluzione sia chiedere a qualcuno da che parte andare. Non importa dove, purché sembri sicuro. Ma la stanchezza è brava a nascondere un’altra realtà, fatta di delusioni, di speranze disattese, di disumanità conclamate.

«Ho mal di testa e di universo», scriveva Fernando Pessoa.

E quel mal di testa diventa così insopportabile che dell’universo, a un certo punto, non ci importa più. Smettiamo di chiederci come ci siamo arrivati e, pur di trovare una via d’uscita, ci affidiamo a chi promette di conoscerla, dimenticando che è lo stesso che ci ha condotti fin qui, stremati.

Nel deserto acquistano un fascino particolare quelli che non hanno dubbi. Sanno sempre qual è la strada e, soprattutto, sanno sempre chi è il colpevole. La soluzione è invariabilmente semplice: eliminare qualcosa, cacciare qualcuno, tornare indietro, chiudere una porta, costruire un muro. E come in questo caso, le soluzioni semplici hanno sempre avuto una grande fortuna nei periodi complicati. Somigliano all’acqua. Almeno da lontano. Poi però ti avvicini e scopri che era un miraggio.

C’è una cosa, però, che mi rassicura: a me questa casa che brucia continua a dare fastidio. E immagino di non essere l’unica.

Forse finché qualcosa ci sembra ancora intollerabile, finché un’ingiustizia ci fa ribollire il sangue, una risposta troppo semplice non ci basta, vuol dire che non ci siamo abituati.

Ma non saremo noi i beduini di questo deserto? Quelli che combattono la stanchezza, l’abitudine e quella tentazione terribile di credere che non ci sia più niente da cercare.

Dovremo imparare a riconoscere i miraggi, allora. A ricordarci che nel deserto gli occhi possono ingannare, soprattutto quando hai sete. E che quando arriva la notte si può continuare a camminare cercando la direzione nelle stelle.

Perché se, in questo quarto di universo, che sembra vuoto, in cui siamo finiti, continuiamo ad aspettare che qualcuno ci mostri la strada, forse abbiamo dimenticato una cosa: qui le strade non esistono. Il vento le cancella, le dune si spostano, quello che ieri era un passaggio oggi potrebbe non esserlo più.

E forse è proprio questa la nostra occasione.

Lo so, detta così sembra una follia: essere finiti nel deserto e considerarla una buona notizia. E invece un po’ lo penso.

Il vuoto fa paura finché pensiamo che debba essere riempito con qualcosa che conosciamo già. Ma il vuoto non è che uno spazio. Spazio per immaginare qualcosa che ancora non esiste, per pensare lontano dalle strade già battute, cercando nuove vie dove scorre l’acqua.

Forse attraversare il deserto non significa trovare la strada. Significa avere abbastanza immaginazione per tracciarne una dove prima non c’era e abbastanza umanità da lasciare, lungo il cammino, una tenda aperta.

Continuare a camminare, insomma.

Sapendo che, per quanto il deserto possa sembrare infinito quando ci sei dentro, da qualche parte, prima o poi, finisce.

Ilaria Serpi

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