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SPAZIO VITALE

SPAZIO VITALE

Il termine spazio vitale può assumere diversi significati, a seconda del contesto e del momento storico.

Su un blog che si occupa attivamente di psicologia come Papillon ad esempio, una prima lettura potrebbe essere quella attribuitagli da Karl Lewin, celebre psicologo sociale che negli anni ’30 sviluppò la Teoria del campo che porta il suo nome.

Seguendo le sue ricerche, Lewin evidenziò come i comportamenti siano funzione di tutte le forze che influenzano gli individui in un dato momento, che si costituiscono quindi come lo spazio vitale che si trovano ad abitare.

Ovviamente Lewin si concentrava sulla totalità dei fattori psicologici che coesistevano all’interno delle coordinate temporali prese in esame (insomma si riferiva ad un campo psicologico!) la cui espressione è riassunta nella formula C=f (PxA)

Il comportamento sarebbe allora funzione di una complessa interazione dinamica delle forze agenti nel rapporto tra la persona (considerandone storia, bisogni, motivazioni e caratteristiche sia biologiche che psicologiche) e l’ambiente, almeno per come questo viene percepito dal soggetto.

Uno scenario potrebbe essere quello in cui Donald Trump, percependo che gli USA non abbiano petrolio sufficiente si sentisse nel diritto di attuare un colpo di stato in un paese limitrofo in modo da poterne disporre a suo piacimento.

Oppure quello in cui si sarà trovato Adolf Hitler quando, percependo come la Germania fosse costretta nella sua espansione ad Est dalla presenza di paesi come la Polonia e la Russia, si sia deciso ad invaderle con l’intento di colonizzarle insediandovi milioni di purissimi concittadini ariani.

E infatti un altro utilizzo del termine spazio vitale è proprio quello associato al regime nazista, come se il vicino che si sentisse un po’ troppo stretto nei suoi 60 mq e volesse allargare il salotto potesse, ma solo a patto di percepirsi così sacrificato, bussare alla nostra porta e dirci una cosa tipo ‘buondì, da oggi questo spazio mi serve quindi lei stasera trasloca’..

Per fortuna la recente vittoria del Partito degli studenti in Serbia e i movimenti studenteschi in genere sembrano portare un’aria nuova in Europa, così come il successo del non più giovanissimo Lula in Brasile e dei Democratici negli Usa..

Ma se invece di riferirci al comportamento come un’equazione più o meno probabilistica provassimo a rapportare tutto al pensiero?

Tra i tanti spunti di riflessione emersi durante l’intervista a Zerocalcare ad esempio, uno che mi ha particolarmente colpito è stato l’invito ad ascoltare i più giovani all’interno di un confronto tra pari, sottolineando l’importanza politica di farlo all’interno di una dimensione collettiva.

Beh mi viene da essere d’accordo e di rilanciare:

E se oltre ad ascoltare il pensiero cosciente delle persone provassimo a dedicarci anche a quello non cosciente?

Si potrebbe aprire un gran bel dibattito (da dibattere, stessa radice di combattere ma senza danni né vittime..) perché tornando alle nostre formule, invece di studiare solo il comportamento degli esseri umani potremmo focalizzarci piuttosto sul loro pensiero, e magari farlo partendo da quando inizia alla nascita, per poi seguirlo durante tutto il successivo sviluppo..

Già, ma per dirla con i manuali, come si ‘neurosviluppa’ un essere umano?

Secondo l’approccio attualmente più in voga, cioè quello bio-psico-sociale, gli esseri umani si sviluppano attraverso la continua interazione tra le realtà biologiche psicologiche e sociali, e se nelle intenzioni sembra essere un punto di vista molto inclusivo ed esaustivo, approfondendololo un po’ le cose non vanno proprio così.

Più che gli aspetti biologici infatti, quelli che vengono presi in considerazione sono piuttosto quelli neuro-biologici, cioè legati al funzionamento dei neurotrasmettitori, tralasciandone altri a mio parere fondamentali nella costituzione della futura personalità come ad esempio il temperamento, per non parlare di quelli psicologici, amputati come sono della realtà non cosciente.

Per ciò che riguarda l’ambiente sociale poi, questo viene inteso non tanto come relazionale ma piuttosto come l’insieme di generiche condizioni in grado di proteggere o meno dallo sviluppo delle diverse patologie, come se la cultura fosse in grado di determinare la malattia mentale e non, come in effetti succede, creare diagnosi di malattia mentale.

Cosa succede allora quando un bambino dal temperamento particolarmente reattivo ‘incontra’ un ambiente sociale poco incline a comprenderne le caratteristiche, ma che piuttosto si affretta a ‘normarlo’?

Una delle possibilità è che lo stesso ambiente, invece di sforzarsi di avvicinarsi alla sua realtà per tentare di comprenderlo, tenti piuttosto di includerlo in categorie predeterminate e socialmente accettabili, in qualche modo creando e poi alimentando l’esplosione delle diagnosi relative ai Disturbi del Neurosviluppo (come il Disturbo Oppositivo Provocatorio o l’ADHD solo per citarne alcune) che nel nostro paese continuano ad aumentare.

Se alle proteste di centinaia di ragazzini incasinati e arrabbiati poi il Governo risponde prendendosela con le scuole (capirai, il movimento nasce dagli studenti..) o con le famiglie (ma dov’erano i genitori?) sfornando decreti e allargando le carceri, non si fa altro che lasciarli ancora più rabbiosi incazzati (e magari pregiudicati) come se ci fosse la tendenza ad affiancare una certa medicalizzazione non dico alla repressione, ma al contenimento del dissenso minorile e infantile.

“Ma come, quello un giorno si sveglia e si piglia l’Ucraina, quest’altri m’hanno tolto il futuro e io non mi posso portare una felpa?”

Possibile che non si possa creare uno spazio (un campo?) più o meno largo a sinistra nel quale a guidare la forza delle idee sia l’interesse per l’umano?

Marco Randisi

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Foto scattata da: Kader Azra Namuslu
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