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UNA LINEA DI LUCI

UNA LINEA DI LUCI

Hai mai visto un neurone creare una nuova connessione? 

Se c’è una cosa che mi fa con grande certezza capire di esser tornata a casa, dopo un lungo viaggio, una lunga giornata, una lunga passeggiata o un lungo pomeriggio passato nel traffico a sognare la pasta ajo ojo e peperoncino da buttare in padella, è scorgere in lontananza e poi man mano sempre più vicino, quella V in cui i palazzi fanno l’inchino al sole, a volte per tirarlo su, altre per accompagnarlo giù, e poco più sotto vedere poi quel filo che si tiene stretto ad un lampione e si distende fino a quello di fronte, costellato da tante piccole luci. Ed ogni volta sotto quel filo, nella piazza a cerchio fatta di panchine e sampietrini, c’è qualcuno che legge, o che ride, o che ama, o che guarda all’insù. 

C’è sempre quell’aria di casa nel vedere quella V e quel filo, perché ogni volta che mi avvicino e gli occhi si stringono e mettono a fuoco, oggi un bambino che impara ad andare in bicicletta e domani le mani del signore del palazzo bianco di fronte, che tiene la torta appena sfornata avvolta nel canovaccio con i disegni della farina, ogni volta mettono a fuoco una nuova fila di luci che prima non c’era. Dal lampione al pino, dal pino di nuovo al lampione, dal balcone del primo piano all’insegna “Forno Ritorno” e così via. Ogni volta che arrivo da vicino o da molto lontano, non so mai quale nuovo filo ci sarà, ma so che sono tornata a casa. 

Dicevamo, hai mai visto un neurone creare una nuova connessione? 

Immagina una stella che sa di non essere sola e si spinge sempre più in là, si protende sempre più lontano, cerca quella che le permetterà di disegnare una linea nel blu e non si arrende finché non trova, tocca, avvolge il margine dell’altra. Non la vede l’altra quando decide di avventurarsi in quello spazio così infinito, ma sente che è lì e che sia oggi o sia domani, riuscirà a raggiungerla. Credo sia poi così che si creano le costellazioni. Quelle che guidano i marinai nelle notti più nere, che raccontano le storie dei giganti e che indicano se è autunno, inverno, primavera o estate. Stelle che hanno avuto la forza di immaginare di essere luce per qualcun altro.

Si chiama plasticità cerebrale, (o neuroplasticità) quella straordinaria capacità del cervello di modificare la propria struttura e le sue funzioni, in risposta all’esperienza, all’apprendimento, agli stimoli dell’ambiente esterno. Ogni qualvolta apprendiamo qualcosa di nuovo, quello che accade all’interno della struttura cerebrale, è visibile come una nuova linea di luce che si accende. 

Come vedere un cielo stellato se ci pensi. 

Creazione di nuovi punti di contatto e di comunicazione: due cellule che non avevano mai parlato tra di loro, che non sapevano neanche di essere condomine dello stesso stabile, si accorgono di avere l’una il sale e l’altra l’olio per condire la stessa insalata. E se la cosa funziona si intersecano, stabiliscono un legame sempre più forte, danno il via ad altri contatti, chiamano quella del piano di sotto o del piano di sopra e via ad inventare piatti dell’avanguardia gastronomica. E se invece le cose non vanno, se quell’insalata lega poco, se si dimenticano di girarla, rimangono via via da sole ognuna con i rispettivi sale ed olio nella credenza. Che se è vero che le sinapsi ed i circuiti usati di frequente si consolidano e si rinforzano, quelli inutilizzati vengono eliminati per liberare, fare spazio e rendere la struttura più funzionale, più viva.

E questo movimento di luci ed elettricità, quella che in termini tecnici prende il nome di sinaptogenesi, dura tutta la vita. Durante l’infanzia e l’adolescenza avviene in modo massiccio e vertiginoso, poi rallenta, sì, ma mai si ferma. 

E allora c’è da chiedersi cosa voglia dire “in risposta all’esperienza, all’apprendimento, agli stimoli dell’ambiente esterno”, capirai infiniti, impossibile elencarli tutti. Talmente infiniti che viene da pensare: e che allora “l’esperienza, l’apprendimento, gli stimoli dell’ambiente esterno” siano, ad elencarne uno e magari tutti, i rapporti, il “toccarsi”, “l’accendersi” degli esseri umani? 

Come nasce un apprendimento se non dall’incontro di qualcuno che con amore ha studiato, capito, compreso e poi, per amore (dell’altro), ha raccontato, donato, quella fiammella del suo studio, del suo essere e dall’altra parte di qualcun altro che con interesse, fa sua quella fiammella e la trasforma, la fonde con le altre fiammelle che ha dentro? Come si crea un’esperienza se non dal contagioso esplodere di un’emozione sulla pelle, la tua, la sua, che non sai più da dove è cominciata e dove finisce? Cosa è l’ambiente se non uno spazio voluto, pensato per potersi esprimere con una parola, un gesto, un disegno, una canzone? 

In questi giorni di fatica collettiva, di ragazzi che arrancano, si arrabbiano, cercano caoticamente le costellazioni quando fa buio, mi sono venute in mente le luci, quelle dentro, quelle che si accendono se l’ambiente fa passare la corrente. Mi è venuto in mente che se ha ragione Stan Lee nel suo fumetto a dire che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, se abbiamo il potere di accedere queste nostre piccole luci e collaborare affinché si accedano anche quelle degli altri, abbiamo la responsabilità di farlo. Che se l’ambiente è ostile, stacca la corrente e vuole fare il buio, è nostra cura avviare il generatore. 

Michele Rech, in arte Zerocalcare, nell’ultima intervista pubblicata qui, alla domanda “(…) come si può fare per resistere?” si è espresso dicendo “(…) nulla sarà mai praticabile se prima non abbiamo la fantasia per immaginarcelo.”

Ecco, partiamo da qui.

Partiamo dalla fantasia di un cielo stellato, di uno spazio costruito su un terreno di confronto, in cui creare nuove connessioni e punti di contatto, uno spazio voluto, pensato, per potersi esprimere. Uno spazio in cui ogni volta che vai, senti accendersi un nuovo filo di luci. E lasciarli andare i fili che non funzionano, che si interrompono, che non reggono l’elettricità e far vivere una linea che sia energia e serva a produrne sempre di nuova. 

Così da non sapere quale sarà quella nuova stasera, se dal pino o dal lampione, se da me, da te o dal signore del palazzo bianco di fronte, ma con la sensazione, dopo una lunga giornata, di respirare luce.

Susanna Lucatello

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Foto scattata da: Alina Chernii
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