ESSERE O NON ESSERE

Quella dell’impostore è la cosiddetta sindrome di cui soffre chi pensa di non meritare ciò che ha, i traguardi e i successi raggiunti, le gratificazione lavorative o anche solo i complimenti degli altri.
Convinti di riuscire ad ‘ingannare’ sempre tutti però, a differenza degli psicopatici che costruiscono la loro identità sul fregare gli altri senza mai farsi scoprire, loro se ne fanno una colpa, temendo di essere smascherati alla prima occasione che naturalmente sarà sempre.. la prossima!
In pratica ‘l’impostore’ vive costantemente sotto pressione, costretto com’è ad aderire alla sua maschera, perché oltre a sentirsi continuamente in dovere di dimostrare qualcosa (in genere, l’opposto di ciò che pensa di sé) sa anche di essere l’unico in grado di sapere chi è davvero, che è un po’ come dire:
a) gli altri sono tutti più bravi, e tutti si aspettano qualcosa da me;
b) non posso deluderli;
c) nessuno capisce una mazza di me;
Basta leggerli in successione per capire come, più che semplicemente discordanti, il primo ed il terzo punto siano in realtà facce opposte della stessa medaglia, perché a pensarci bene sarebbe un po’ come a dire ”non valgo granché / sono unico al mondo” che non mi sembra proprio l’esempio più lineare di una genuina umiltà..
Facendo una breve ricerca sul web è comunque possibile informarsi delle caratteristiche che la descrivono, e il più delle volte chi pensa di esserne ‘affetto’ viene invitato a rivolgersi ad uno specialista per intraprendere le azioni del caso, e scrivo azioni e non rimedi (o manco a dirlo, cura) perché non tutti sono concordi nel definirla.
Si va infatti da disturbo a sindrome, passando da situazione emotiva a condizione, fino a convinzione, termine usato in modo del tutto improprio, perché indicherebbe qualcosa di molto più serio dal punto di vista psicopatologico..
Un conto è temere di non meritarsi le cose, sentirsi magari anche spesso inadeguati per quel ruolo o quel compito, tutt’altro è invece saperlo, specie perché la maggior parte delle volte non è affatto vero, ed il ragazzo o la ragazza non hanno davvero ‘niente da invidiare’ a nessuno.
Eppure in alcuni casi si può arrivare ad una tale cristallizzazione del pensiero da renderlo rigido e quindi indeformabile, una vera e propria certezza senza alcun rapporto con la realtà che purtroppo può portare ad epiloghi seri e spesso tragici, soprattutto se non intercettati per tempo.
I maggiori siti e piattaforme di psicoterapia poi forniscono indicazioni diverse tanto su natura e cause quanto sul trattamento, anche se tutti sono concordi nell’affermare che alla base del fenomeno ci sia una ‘bassa autostima’ del soggetto, alla quale fa da contraltare una eccessiva ‘idealizzazione’ degli altri.
Ma su cosa si basa questa opinione (giudizio?) errato su di se e sugli altri?
Di sicuro non sul curriculum né sui voti né tantomeno sullo stipendio..
E se fosse una questione di immagine?
Non di quella che vediamo nello specchio quando siamo svegli (ovviamente!) ma quella che ‘sappiamo’ avere dentro, che è molto meno cosciente, anzi è proprio non-cosciente, cioè inconscia.
Come a dire, la coscienza come uno specchio riflette, l’inconscio invece deforma.
Anche qui non è che la deformazione debba essere intesa sempre in modo negativo, perché se c’è una bella fantasia le immagini possono ‘parlare’ piuttosto di intuizioni, anche geniali, e possiamo perfino sognare la nostra ragazza ‘più bella’ di come ci appare al mattino, anche se poi dobbiamo essere accorti a non dirglielo mai, nemmeno sotto tortura..
‘Allora non mi trovi abbastanza bella!!’ e da li addio ai programmi per una giornata carina..
Le cose cambiano radicalmente se a deformare la realtà (in modo patologico) è invece la negazione, per cui posso sognarla ‘brutta’ mentre invece è bellissima, perché la negazione è una bugia senza coscienza..
Il discorso sarebbe molto più lungo e complesso, perché non basta sognare qualcosa più brutto di quel che è per parlare di negazione e quindi di patologia, perché al contrario potrebbe trattarsi di un’intuizione della realtà profonda dell’altro, come può capitare quando sogniamo, imbruttendola, una persona che sembrava essere stata carina con noi ma che invece non ci ha fatto star bene..
Per quello i sogni si raccontano e si interpretano in psicoterapia e non a colazione, perché è il suono delle parole e il rapporto terapeutico con chi in quel dato momento sta raccontando le immagini che permettono allo psicoterapeuta di interpretarli.
Insomma, almeno per la mia breve ricerca on line, le soluzioni che vengono proposte non vanno mai oltre il ‘coaching’ o le tecniche cognitive, che potranno anche avere la loro efficacia, ma mi ricordano tanto uno spezzone del film Inside out 2 quando il personaggio di Ansia, terribilmente preoccupata che le cose si stiano mettendo male, viene rassicurata con un premuroso ‘dai, non ci pensare’ al quale lei non può che rispondere ironica ‘Grazie Gioia, non ci avevo pensato..’
Mi viene quasi voglia di essere d’accordo con.. il punto ‘c’!
Anche se gli incoraggiamenti fanno piacere a chiunque e in alcuni casi possono contribuire a ‘distrarre’ il pensiero cosciente e quindi a far sentire anche meglio, nello stesso momento rischiano di aumentarne la ‘confusione’, perché lasciano inalterata l’idea profonda che l’altro ha di se e degli altri, con le tecniche imparate durante i colloqui di psicoterapia che diventano quanto di più simile ad un atto di fede, proprio perché non ci si fida più.. di ciò che ancora si sente!
E quando si arriva a non fidarsi più di ciò che si vede?
Può essere il caso della Sindrome di Capgras (o illusione del sosia) in cui si è delirantemente convinti che l’impostore sia.. l’altro!
Chi ne soffre vive nella convinzione che familiari o alcune delle persone che vivono con lui siano state rimpiazzate da sosia o da replicanti, e ovviamente nessuna dimostrazione contraria riesce a fargli cambiare idea, come se avessero perso la capacità di riconoscere l’immagine interna dell’altro, avendo completamente perso la propria.
Come dire, so che è Giovanni, ma in realtà so che non è lui!
Qualcosa di simile avviene nel film L’invasione degli ultracorpi dove però le persone ‘sanno’ che gli altri, replicanti fisicamente identici ai loro cari, sono in realtà ‘diversi’, anche se non sono in grado di spiegarne il perché.
Insomma negli esseri umani deve esserci ‘qualcosa’ che li rende capaci di riconoscersi immediatamente allo specchio e tra loro, una specie di ‘evidenza naturale’ legata alla certezza di essere che se non va in crisi fino ad essere persa ci impedisce di passare la vita a domandarci perché abbiamo due occhi e non tre, così come è in grado di cogliere quando all’altro manchi un qualcosa che è difficile da definire in parole, perché legata al periodo di vita in cui non parliamo e quindi.. non dubitiamo!
Che Amleto non riuscisse a decidersi tra la vita e la morte proprio perché le confondeva tra loro?
Potrebbe.. essere!
In fondo il dubbio è la ragionevole impossibile scelta tra due certezze..
Marco Randisi
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Quella sottile ma enorme linea tra temere, sentirsi e SAPERLO. Mi chiedo quante convinzioni micidiali si annidino in quello spazio e quanto spesso facciamo di tutto per tenercele strette così da non fare i conti con la realtà che ci circonda. Bellissimo pezzo, grazie.