CHISSÀ DOMANI

Oggi sono tutti d’accordo nel dire che ci troviamo in un periodo di transizione. Le differenze economiche tra i paesi nel mondo sono diventate insopportabili, le élite economico/finanziarie la fanno da padrone, le guerre commerciali, l’assurda corsa al riarmo dei paesi europei, l’ambiente non interessa più a nessuno, figuriamoci i migranti climatici, lo stato democratico di Israele che sta facendo pulizia etnica e l’Europa tace. Insomma, l’Occidente è riuscito a farsi odiare da tutto il resto del mondo e pare non rendersene conto.
Difficile dire dove andremo a finire.
Abbiamo celebrato in questi giorni la Festa della Liberazione dal nazifascismo. Ottant’anni fa è stato stabilito per la prima volta nella storia che la guerra è un crimine e chi dichiara guerra è un criminale. Ma poi abbiamo visto che al di là delle buone intenzioni, le guerre continuano ad esserci. Sarà difficile se non impossibile pensare che gli uomini, e in questo caso intendo proprio i maschi, siano in grado di arrivare al superamento delle guerre perché sono ormai da secoli immersi in una mentalità, in un pensiero che si basa esclusivamente sul profitto, sullo sfruttamento, sull’utile, sulla sottomissione dell’altro, della donna in particolare, sulla legge del Padre, sul mors tua vita mea. E anche quando ci si è ribellati a tutto questo, le cose non sono andate poi così bene. Se dopo il ‘68 e anni di femminismo ci troviamo nella situazione politica attuale, qualche domandina dovremo pur farcela.
La sinistra intuisce che è necessario un cambiamento radicale di pensiero, che la “Ragione del pater familias” o se preferite il “Potere Maschio Bianco e Patriarcale” non potrà che portarci o meglio mantenerci in un mondo perennemente in guerra. Però questa giusta intuizione è intrisa di tanta confusione. Il tentativo di superare il problema del patriarcato annullando il corpo e le identità sessuali in favore dell’appartenenza di genere, non tiene conto di ricerche che ci parlano invece della differenza tra identità e immagine laddove, per esempio, ad una identità maschile deve (o meglio dovrebbe) corrispondere una immagine femminile interna e viceversa. È quando l’uomo perde la propria immagine femminile che diventa razionale e violento, deve appropriarsi della donna e non accetta la separazione.
Ma torneremo senz’altro su questi temi.
La cosa che lascia ben sperare e che sembra completamente nuova rispetto al passato è l’identità delle giovani donne. Esse infatti cercano il rapporto col diverso ma con modalità nuove perché finalmente realizzano una collettiva e solida certezza di sé che mette in crisi l’identità fondata sul logos occidentale e fa emergere con orribile evidenza la pazzia violenta che rimaneva nascosta in alcuni rapporti considerati normali fino a poco tempo fa.
Negli anni scorsi assistevamo a gruppi di donne che rivendicavano i loro diritti, incazzatissime con gli uomini, adesso invece vediamo ragazze sicure di sé che non hanno più alcun bisogno della protezione del maschio, del pater familias che metta ordine ed anzi vedono in queste dinamiche una debolezza, una carenza di identità mascherata da forza che ormai appare ai loro occhi per quello che è, una bugia atta solo a nascondere un bisogno di controllo.
Le donne sono riuscite nel corso della storia a tenere dentro di sé un irrazionale che finora i maschi erano riusciti a far credere loro che fosse pazzia che andava tenuta sotto controllo ma adesso la visione si sta ribaltando e le donne realizzano che la malattia da curare sia la razionalità del maschio. E la cura è la dialettica del rifiuto, costringere l’altro ad essere migliore. Non c’è annullamento dell’altro ma rapporto dialettico. Capita spesso di sentire ragazze che separandosi da un ragazzo violento gli suggeriscono, con un interesse reale, di andarsi a curare. Non c’è l’idea che l’identità maschile non debba esistere, c’è l’idea che debba cambiare. Ed è nella dialettica tra diversi che tutto questo può realizzarsi.
È un confronto non distruttivo, in questo periodo dovremmo dire finalmente una ribellione senza armi, tanto care ai maschietti scemi di tutte le epoche. Una ricerca di realizzazione che non è contro, non mira alla sottomissione, non sottrae nulla all’altro – perché non si basa sul potere o sui beni materiali – anzi lo arricchisce in un rapporto dialettico. Un cambiamento radicale di pensiero, di rifiuto dell’identità umana basata sull’utile, lo sfruttamento, sul potere e sul possesso. In questo periodo sento molti liberi pensatori sostenere che per riequilibrare il pianeta, gli occidentali dovrebbero “rinunciare” e quindi abbassare di gran lunga il loro tenore di vita attuale ma anche costoro, progressisti e intelligenti, non riescono a fare un pensiero che esca dalla logica del possesso e dello sfruttamento: non riescono a capire, se non cambiano paradigma di pensiero, che quello che essi chiamano perdita e rinuncia, visti da un’ottica diversa, corrispondono ad arricchimento e felicità. Non capiscono che un bambino grasso non ha “tanta” salute ma è malato.
Intendiamoci queste differenze tra maschi e femmine non sono genetiche e i maschi non sono tutti violentatori e assassini. Gli assassini sono malati di mente molto gravi ed anche su questo tema torneremo in modo più approfondito. Ma sono anche la punta dell’iceberg di uno scontro tra due modalità di pensiero che grossolanamente potremmo definire razionale e irrazionale, che si legano rispettivamente a dinamiche di soddisfazione e di realizzazione. E credo che dall’esito di questo scontro si deciderà il futuro degli esseri umani.
Ma se in questa dialettica gli uomini riusciranno finalmente a togliersi quel pensiero razionale violento, quel bisogno di possesso che nel corso della storia si sono cuciti addosso, le differenze tra maschi e femmine non finirebbero di certo. Anzi, tutt’altro! Ma questo è un altro discorso.
Ecco un breve stralcio di una bella intervista di Elisa Liberatori Finocchiaro allo psichiatra Massimo Fagioli sulla violenza di genere, apparsa sul Fatto Quotidiano del 6 luglio 2014:
“Il femminismo e il pensiero del ’68 però, non hanno prodotto una differenza sostanziale per il superamento della violenza di genere”
“Nel ’68 – conclude Fagioli – la libertà venne vissuta come negazione. Il mito, la ‘religione’ di quegli anni era la liberazione, che però prevedeva una negazione dell’identità. Ma la rivolta senza identità umana è distruzione, è negazione. Era completamente assente la dialettica del rifiuto. Bastava distruggere. Invece nella rivolta ci vuole il rifiuto. Bisogna sapere cosa rifiutare e cosa no. La libertà era un qualcosa di astratto, fuori da ogni rapporto interumano. E col femminismo abbiamo avuto più o meno la stessa dinamica. I diritti sono fondamentali, ma la dialettica col diverso ci deve essere, è fondamentale. Per trovare l’identità sessuale bisogna prima scoprire un fondamento di uguaglianza assoluta. Noi nasciamo tutti assolutamente uguali, nella vita bisogna prima scoprire questa uguaglianza e solo in un secondo momento far entrare in ballo il discorso uomo-donna e la diversità. Nel rapporto interumano non c’è il rapporto con la ‘cosa’, secondo quella logica mostruosa di cui parlavo prima. L’essere umano è uguale e diverso e questo si realizza in società. Nel rapporto intimo scatta la differenza e questo il femminismo non lo ha capito. Nella dialettica col diverso si ricrea il primo anno di vita. Sessualità significa rapporto intimo, profondo, personale, inconscio, con l’essere umano uguale-diverso.”
Marco Michelini
Commenti (3)
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Sarebbe bello se quest articolo arrivasse ai nostri politici di sinistra; troverebbero materiale utile per anni di lavoro e ricerca.
Fantastico
Ho letto l’articolo più volte ed ogni volta mi sembra più bello della precedente, di una profondità immensa … da pelle d’oca. Tanti pensieri. <3
Deboli, piagnone, isteriche.
In questo articolo lo stridore metallico del mondo, le grida di odio, rimangono fuori, arginati dalle prime righe. Qui non gli viene concesso spazio. E rimane un luogo calmo in cui pensare, insieme.
Ma quello che mi colpisce di più è altro.
È che mi sono sentita, in quanto donna, toccata. Come dopo un regalo inaspettato. E sono sicura di non essere l’unica ad essersi sentita così.
Per tutte le volte in cui, se ci siamo fatte sentire, per qualcuno non siamo state altro che questo,
Deboli, piagnone, isteriche.
Qui si riesce ad ascoltare la voce delle donne. Niente grida, nessuno stridore.
Qui è più potente la sensibilità delle donne che l’acciaio di qualsiasi carro armato.