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UN FILO D’ERBA

UN FILO D’ERBA

Caro Papillon,

questa primavera sembra arrivare in punta di piedi. Il sole non ha ancora deciso se restare davvero, e questa sua esitazione mi piace. Assomiglia all’idea che mi sono sempre fatta di questa stagione, che si fa desiderare. Penso che giornate così siano fatte per camminare senza meta, per sdraiarsi sotto un albero grande, con la schiena poggiata sull’erba e un libro finalmente aperto tra le mani. (Sì, proprio quel libro. Quello rimasto per settimane sul comodino). Il vento oggi mi bacia la faccia con una confidenza che quasi mi diverte e, quando metto i piedi nudi sulla terra ancora fresca del mattino, mi sembra di capire meglio le cose. O forse no. Forse mi sento soltanto più libera.

Ci sono papaveri e margherite ovunque, e mi viene da chiedermi come succeda che ci si innamori di un fiore. I fiori, in fondo, non spiegano mai niente. Eppure, guardando un vecchio muro invaso dal glicine, mi sembra che una risposta ci sia.

Mi hanno raccontato che d’estate, nei pomeriggi secchi in cui perfino la luce sembra trattenere il fiato, i baccelli del glicine si aprono con un piccolo schiocco, quasi impercettibile. TLICK! Come se, a un certo punto, non riuscissero più a trattenersi. I semi saltano fuori e vanno lontano. Quel piccolo scoppio sembra essere fatto per ricordarci che anche le cose più silenziose, quando maturano abbastanza, hanno bisogno di rompersi per andare lontano. Forse la libertà comincia sempre così: con qualcosa di minuscolo che non si arrende. Un seme, una crepa, un filo d’erba.

Sono cresciuta tra palazzi alti. Il cielo arrivava in ritagli, e la natura era quasi sempre dietro cancelli severi, come qualcosa da proteggere e da non toccare. Forse è per questo che, se ci penso, le città mi sembrano forme educate di costrizione.

Quasi come una prigione. Non perché abbiano vere e proprie sbarre. Per l’abitudine che creano a dimenticare il vento. E chissà perché, da qui, il pensiero corre subito a chi le sbarre le conosce davvero. Non ci penso spesso, devo dire. Il carcere è una di quelle parole che esistono solo ai margini della mia coscienza. Come grandine, come confine, come inverno. Sai che esistono, ma raramente ti fermi a guardarli davvero. Almeno finché qualcosa non ti costringe.

La mia costrizione in questi giorni è nata dalle prime pagine. Mi è rimasto dentro il volto dei due attivisti della Global Sumud Flottilla arrestati illegalmente da Israele. Non saprei spiegarti esattamente cosa mi abbia colpita. Forse il fatto che sembrassero improvvisamente sottratti a loro stessi. Come se la detenzione non avesse soltanto trattenuto i loro corpi, ma modificato la geometria stessa dei loro volti.

E allora ho pensato, pensato, pensato e sono arrivata a dirmi che sarebbe troppo semplice credere che il problema sia solo quel carcere e che certe deformazioni appartengano sempre ad un altro altrove.

Ma cos’è un carcere, davvero?

Un luogo di isolamento?
Di giustizia?
Di punizione?

O il posto in cui una società deposita ciò che non sa trasformare?

Continuo a tornare sempre lì, a una domanda semplice. Come restituiamo le persone alla società? Più umiliate? Più sole? Più arrabbiate? Più incapaci di vivere fuori? Oppure migliori?

Perché è questo, in fondo, che mi tormenta. Perché tutto sembra fermarsi un passo prima. Accade qualcosa di terribile, e subito il riflesso è sempre lo stesso: chiudetelo dentro. Come se rinchiudere qualcuno fosse diventato sinonimo di giustizia, l’unica soluzione percorribile. Perché altrimenti che alternativa ci sarebbe? Bisognerebbe capire, ma capire è infinitamente più difficile che punire. Capire significa domandarsi perché certe vite arrivino fino a lì. Significa guardare in pieno viso la povertà, i quartieri dimenticati, le solitudini assolute, la salute mentale lasciata senza cura.

Ho ascoltato, guarda caso sempre in questi giorni, un’intervista fatta a Luigi Pagano, ex direttore del carcere di San Vittore, tra le altre cose. Diceva una cosa che non riesco a togliermi dalla testa: che moltissime persone potrebbero accedere a misure alternative al carcere, ma restano detenute perché non hanno una casa, un lavoro, qualcuno che le aspetti fuori. Non per pericolosità sociale, ma per miseria sociale. E trovo incredibile quanto poco si parli della vita che abita le prigioni. Quasi come se il crimine nascesse nel vuoto. Come se non esistessero persone cresciute in quartieri dimenticati, scuole abbandonate, famiglie spezzate, salute mentale lasciata marcire per anni.

E allora viene da chiedersi: che cosa si punisce davvero? Il reato? O la marginalità? Perché a guardarlo così, il carcere sembra proprio il luogo dove si cerca di nascondere i fallimenti di una società.

E sia chiaro, caro Papillon: non sto parlando di assolvere chi commette reati. Non sto dicendo che il dolore provocato alle vittime sia secondario. Anzi. Credo che proprio prendere sul serio quel dolore dovrebbe portarci a pretendere qualcosa di più intelligente di una punizione. Con la certezza che solo questo può “non farlo accadere di nuovo”. Perché se un sistema continua a produrre violenza, disperazione e crudeltà, allora direi che non sta funzionando.

Forse dovremmo cominciare a pensare che la sicurezza non nasce dalla paura, ma dalla possibilità concreta, dalla certezza che esista un altro modo, un altro mondo.

E questa possibilità non si costruisce togliendo umanità alle persone. Si costruisce restituendogliela.

E chissà se forse la primavera non prova a ripetercelo ogni anno, con la sua ostinazione: che la vita tende sempre verso la luce. Anche dopo il freddo. Anche sotto terra. Anche dentro ciò che sembrava perduto.

A pensarci, i prati non gridano, eppure brillano al sole.
E neanche i fiori fanno rumore mentre sbocciano.
Ma un filo d’erba, anche se piccolo, continua pazientemente a spaccare il cemento.

E forse il futuro somiglia proprio a questo.

Ilaria Serpi

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