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UN ALTRO MONDO

UN ALTRO MONDO

“Il giusto sai cos’è? Che non si controlli dove va la musica.”

Le canzoni di Andrea Laszlo De Simone mi si sono sempre impigliate in qualche angolo nascosto. Mi hanno sempre presa e portata via, lontanissima dal punto in cui tenevo i piedi per terra, e rigorosamente senza chiedere il permesso.

“È inutile opporsi, la musica va dove deve andare, è di chiunque più di quanto non sia mia”, dice Andrea Laszlo De Simone in una recente intervista a Marie Claire.

E poi prosegue:

“Dopo tre giorni che ho scritto una canzone, è come se l’avesse scritta un altro, non sono più la persona di prima. È giusto che quella canzone sia di chiunque e, per la stessa logica, è giusto che io sia dove voglio stare.”

Ripenso a queste parole lette poco fa mentre mi metto le cuffiette e, a piedi, giro l’angolo del palazzo.

Il bello della musica è che è libera di andare dove vuole. La musica è libera di arrivare nella cassa di risonanza di chiunque, nessuno escluso, e in ognuno risuonare in modo unico.

Unico, perché ogni essere umano vede la vita con colori tutti suoi. Al di là di quello che si può contare e misurare, esiste il senso che diamo alle cose del mondo.

Oddio, ero ferma al semaforo ad ascoltare la canzone “Non è reale” e mi sono commossa.

Ma come è successo? Ho perso il verde, ora mi tocca aspettare il prossimo.

Ma in fondo che importa.

Dicevo, deve essere un qualcosa di unicamente ed esclusivamente umano, questo senso che va oltre l’apparenza delle cose. Che poi non saprei spiegare con esattezza cosa sia, questo qualcosa di così umano, ma di certo non ho dubbi nel sapere dov’è.

Perché io l’ho visto.

È in quel tuo viso che vedo sempre più bello, più ti voglio bene.

È in questo cuore che si scalda ogni volta che passo per questa via – all’apparenza una come tante – perché custode di quel tenero ricordo di fine inverno di tanti anni fa.

È in quella giornata di pioggia che ho passato con te ma che mi è sembrata la più luminosa.

È in quella serata trascorsa insieme, che sono certa sia durata ore ma che giuro, giuro, mi è volata in un istante.

Caspita… in fondo, viviamo dentro una poesia lunga una vita e non ce ne siamo accorti.

Ma se vivendo diamo un colore alle cose, mi chiedo, dov’è allora che intingiamo i pennelli con cui coloriamo il mondo? Dove si trova la nostra tavolozza dei colori?

Nelle cuffiette, mentre mi domando tutto questo, è partita un’altra canzone.

È proprio vero che la musica va dove deve andare.

“Che esista un altro mondo io non ne dubito

Basta credere agli occhi

Credere agli occhi anche quando si chiudono…”

Lucio Corsi ha deciso di venirmi in soccorso, rispondendomi come solo un vero artista sa fare. (In soccorso sì, ma di certo non per riportarmi a galla, s’intende.)

Ora però mi viene un dubbio e mentre cammino rallento.

Ma allora… cosa accade a una persona che non crede più a quell’altro mondo lì?

Cosa resta di quell’altro mondo, che abbiamo tutti perché è assolutamente umano, ma che è unico in ognuno?

Insomma, cosa succede quando un essere umano si perde la sua tavolozza dei colori?

“Per me un bosco è tornato solo un bosco”, mi riaffiorano alla mente le parole struggenti di Paolo Cognetti. “Nel cuore è sceso il silenzio: la malattia è riuscire a vedere solo il lato apparente della realtà”.

Mentre cammino per il viale, che a quest’ora è pieno di una luce dorata come solo le sette di sera di fine primavera sanno regalarti, parte un’altra canzone dell’album “La gente che sogna”. Lucio Corsi decide di dipingermi negli occhi un’altra immagine magica:

“Certe orme… sono ferite sulla riva…”

E la mia cassa armonica subito mi porta a una sensazione luminosa che scelgo di seguire, mentre mi allontano sempre di più da casa.

E penso che è vero, è vero che certe ferite sanno essere così pesanti e incisive da imprimersi sulla pelle in un segno che sembra indelebile, e che è vero che una picconata di fatto può spaccare anche una roccia. Come è ancora più vero che quel che è successo effettivamente è successo e che la realtà dei fatti non si può di certo cancellare.

Ma quell’immagine mi suggerisce anche che noi esseri umani viviamo in due mondi, e che quindi, come noi, anche le cose che ci accadono li abitano entrambi.

Vale per tutte le cose, anche per le ferite. Non a caso, molte sono invisibili agli occhi. Non appaiono come segni palpabili, ma eccome, eccome se sanno fare male.

Ma i due mondi non sono di certo uguali: quell’altro mondo non segue la razionalità.

E magari sì, è vero che non basta un’onda a cancellare una ferita, e magari neanche due.

Ma, mettiamo caso che ne arrivasse un’altra, poi metti un’altra ancora… O, chessò, un giorno metti che si alzasse inaspettatamente la marea.

“Attenzione!” — immagino già tutti i telegiornali dare la notizia: —“Oggi il mare si è svegliato calmo, ma anche gonfio, gonfissimo, incontenibile e si sta riprendendo tutta la costa! Non ci aspettavamo che una cosa del genere potesse mai accadere! È contro ogni buona logica!”

Allora, chissà, magari potrebbe accadere che un giorno come un altro ti alzi la mattina e la ferita, come un’orma, sia sparita nel mare.

E magari la roccia spaccata, grazie all’acqua e alle carezze del tempo, si sia fatta scoglio levigato — sì, uno di quelli da cui è proprio bello tuffarsi.

E magari che tutto quel terreno che si era inaridito d’un tratto sia diventato parte di un fondale colorato. (E a quel punto chi se lo ricorda più, quell’arido terreno di prima… che si sa, al fondale piace cambiare.)

Ma quindi, a questo punto, non resta che chiedersi: come caspita si fa a far ingigantire il mare?

Posso farlo davvero da sola?

…Eccoti, finalmente. Ti vedo in fondo alla via — e, per un attimo, mi sembra come di aver trovato una risposta.

Mi fai un cenno con la mano e mi sorridi.

Ti sorrido anch’io, e ti vengo incontro.

Adriana Ferretti

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Foto scattata da: Charles Awelewa su Pexels
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