LA VITE ED IL QUADRO

Non credo che alla prima uscita, al primo appuntamento, si preparino, provando tutto l’armadio, si guardino allo specchio piacendosi, poi tornando indietro con la coda dell’occhio e pensandoci no, non piacendosi affatto e quindi si cambino di nuovo e di nuovo, arredando il letto con quella camicia blu, ma forse un po’ troppo, con quella gonna nera lunga stretta stretta, ma forse un po’ troppo, e quella maglietta che stava così bene il giorno prima, quella tutta colorata ma a pensarci bene, forse un po’ troppo, arredandolo insomma con tante possibili possibilità ma non quella unica perfettissima possibilità, fin quando l’amica, quella esperta in materia, dia l’ok, e proferisca il fatidico “sì, così è perfetto”.
Ecco non credo che alla prima uscita, al primo appuntamento, la vite ed il quadro decidano quando lasciarsi, se in una notte piena, nera, tonda, alle 2.57 mentre i respiri sono lunghi, intensi, all’unisono o in una domenica di fine agosto alle 12.33 mentre il vento entra dalla finestra e porta quel profumo di mani che impastano e sorrisi che colorano le crostate, della finestra di fronte.
Che poi in realtà ho sempre pensato ci si lasci di domenica. Che potrebbe sembrare il titolo di un film di Genovese che si svolge in macchina, al rientro da un viaggio in cui ci si è parlati, toccati, baciati, guardati molto poco, un viaggio in cui ci si sentiva vicini solo nel sentirsi lontani.
Però ecco non credo che alla prima uscita, al primo appuntamento, la vite ed il quadro possano immaginare, pensare, pianificare quando l’una non sarà così forte da tenere l’altro e l’altro non sarà così leggero da non pesare sul cuore dell’una. Quando il muro non sarà più così ben teso, saldo, da abbracciarli entrambi, perché nel frattempo si è mosso, ha cambiato linee di pensiero.
Baricco se lo è chiesto per esempio “è una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio.”
E così, succede.
Succede che c’è un tempo.
Succede che fuori, se scatti una foto, il panorama sembra tutto uguale, ma dentro è così veloce che non riesci a fermarlo e cambia intrepido e mentre premi il click della camera, puff è già cambiato tutto.
Succede che quel che chiamavi il tuo posto sicuro, ti accorgi sia un posto dove quella stessa certezza di comodo vivere, ti ha fermato un giorno dopo l’altro un centimetro di passo. Ed ora, come la ballerina del carillon, disegni mille vortici bellissimi, ma per quanto spumeggianti, non volano mai.
Succede che non lo sai spiegare a parole ma “vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui”.
E dal treno, ti guardi indietro finché riesci a tenere gli occhi dritti sui binari, su chi ti saluta con la mano e cerchi di ricordare tutti i dettagli, tutti i profumi, tutte le cose dette, cerchi di fare uno sforzo, di ricordare le pause ed i pieni, ti chiedi se stai facendo la cosa giusta, se era il momento, se avevi il biglietto adatto. E poi mentre il treno corre ed incontra luoghi nuovi, le parole, i colori, i ricordi precisamente coscienti, si trasformano e lasciano spazio ad una memoria, che non è sequenza di singole note sullo spartito del corpo, ma melodia mai suonata su quelle dita, con quelle note.
Quella memoria che se avesse un volto sarebbe le Ninfee di Monet, dove ogni elemento vive, nuovo e diverso da sé senza urlare i suoi confini. Forse proprio perché lo stesso Monet lo ha dipinto affidandosi più che alla percezione del senso della vista, alterata dalla malattia degli occhi, a quella del senso della vita.
Uhh, quanto siamo poco vite-stanca e tanto quadro-pieno, non credete?
E ci raccontano che ne serve una artificiale di intelligenza per rispondere alle domande difficili, una che sia sempre lì disponibile, che non deluda mai, che ci faccia la reverenza al mattino, che neanche nella Francia del ‘700. Una che ci assista, ci tenga la mano virtuale, ci abbracci come una coperta (con questo caldo!) e non “giudichi” perché “siamo fatti così”.
Ma che ne sa lei, dei treni e delle ninfee, del blu e della gonna nera lunga stretta stretta, delle mani che impastano e dei saluti dal finestrino? Che si, tutto si apprende, ma queste cose qui passano per la pelle, non per le pagine scritte dei libri.
Ed ecco qui varie ed eventuali lette/ascoltate nell’ultimo periodo:
A Venezia una ragazza di 20 anni è stata ricoverata al Serd per dipendenza da intelligenza artificiale. (https://www.ansa.it/canale_tecnologia/notizie/tecnologia/2026/05/08/a-venezia-una-ventenne-in-cura-per-dipendenza-da-intelligenza-artificiale_e5655a90-2ad5-402f-92f0-276ab409b795.html)
Grief Technology: con foto, video e registrazioni vocali, l’AI ricrea voce, espressioni e il tono di voce di una persona che abbiamo perso. (https://www.youtube.com/watch?v=IKsZajZEuBg)
AI companion: un compagno virtuale sempre disponibile, che non giudica, non rifiuta e si adatta perfettamente a ciò che desideriamo sentirci dire. (https://www.youtube.com/watch?v=HZKjuMljfxA)
Adesso, senza entrare nel merito di quella che sembra essere una puntata della tanto acclamata serie distopica ‘Black Mirror’ e senza condannare in assoluto questa ‘tipa artificiale’, che di sicuro ci sono degli ambiti in cui risulta davvero utile e risolutiva, penso che per tornare alla questione delle “domande difficili” ciò che spaventa, non sia tanto la difficoltà della domanda quanto la difficoltà della risposta, quella umana questa volta, che si riceve.
Che non sempre è coperta calda avvolgente, o almeno non a primo impatto, che a volte dice “no”, che costringe a sviluppare un pensiero, una realtà propria ed intima, che costringe a non ripetere una serie di dati appresi ed attesi, che costringe squisitamente, ad essere.
E allora perché cercare una coperta calda se ci si può scaldare mano-a-mano, se su ognuno soffia un ventaglio di infinite possibilità?
Che l’intelligenza umana sta proprio nelle sfumature, nella memoria che non è ricordo, nel salire su un treno non perché si è fatto tardi, ma perché non si può fare altrimenti, nell’andare al primo appuntamento con la paura-gioia-coraggio di giocarsi tutto.
Che gli occhi che dipingono ninfee sono quelli che guardano non fuori, ma dentro.
E che la vite ed il quadro ad un certo punto forse si lasceranno, ma avranno vissuto una bellissima storia d’amore.
Susanna Lucatello
Commenti (10)
Lascia un commento Annulla risposta

Che brividi Susanna! Bellissimo
Che bello!!
Bellissimo!! E quanto è difficile capire che in realtà quella coperta, così apparentemente calda, non ci scalderà mai.
Bellissimo articolo e prima ancora di leggere il tuo riferimento avevo già davanti i quadri di Monet e degli impressionisti.
Wow… Ho letto questo articolo in silenzio, ma il suo contenuto ha generato dentro di me un rumore intenso: quello dei pensieri che si mettono in cammino e delle emozioni che trovano voce… GRAZIE per aver offerto uno spunto capace di lasciare il segno.
Meraviglia
Bellissimo….brava Susanna
Bellissimo!
Che bell’articolo, Susanna. Ed è potentissimo il contrasto tra la risposta umana, alle volte difficile da dare o ricevere, ma che può portare ad un movimento; e la risposta dell’intelligenza artificiale, rassicurante e soporifera, se va a colmare una mancanza della nostra sensibilità
Grazie Susanna per questa meraviglia !