CASSIOPEA

“La via da percorrere non è facile, nè sicura. Ma deve essere percorsa e lo sarà!”
Il blu. Intorno c’è solo quello. Un blu pieno, intenso, che man mano che abbasso lo sguardo risucchia qualsiasi particella di sole e diventa più scuro. Non è buio, ci sono delle lame di luce, raggi lunghi e chiarissimi, che per chissà quale assurdo effetto della rifrazione sembrano investirmi dal basso. So che non è così, so che il sole è alle mie spalle, da qualche parte in superficie.
Per abitudine forse, cerco di vedere il fondo. Di capire dove arriva e, soprattutto, in che punto finisce tutta quell’acqua. Non la vedo ma so che la terra ama nascondersi dietro quel muro trasparente e salato. Rimango lì ad osservare e mi pare di star aspettando qualcosa.
Sopra di me esiste ancora il rumore. Le persone, le barche, tutte le altre cose in superficie, mi arrivano ovattate. Sento nitidamente soltanto il mio respiro e un rumore lontano che decido essere l’eco del mare.
Tiro fuori la testa dall’acqua. Per qualche secondo la luce mi dà fastidio agli occhi. Riprendo aria e quando rimetto la testa sotto non posso non guardare giù.
Il mare profondo mi ha sempre fatto una curiosità strana, distante solo un soffio dalla paura.
So cosa c’è lì sotto: rocce, fondali, pesci. Eppure non riesco a vederlo e tutte le mie certezze vacillano, lasciando inevitabilmente spazio alla fantasia più sfrenata. Alle cose che vivono bene senza che io sappia della loro esistenza, ai relitti, agli animali mostruosi e preistorici degli abissi. Alle cose perse e ai segreti affidati al mare perché nessuno ne chieda mai conto.
Tornando su, ci faccio caso, davanti a me c’è un’isola.
Si chiama Ventotene.
È piccola, è poco più di un frammento di terra in mezzo al Tirreno. Talmente piccola che dopo qualche giorno inizi a riconoscere le strade, le discese verso il mare, le persone sedute ai tavolini. E soprattutto impari una cosa: qui, qualsiasi direzione tu scelga, prima o poi, la terra finisce.
La guardo con quel suo fare da isola vulcanica, con i suoi confini così evidenti. Perché su un’isola un confine non è una linea tracciata sopra una carta geografica.
Lo vedi. È lì davanti. È il punto esatto in cui la terra si interrompe e comincia il blu.
E Ventotene, con i confini, ha una storia antica.
L’imperatore romano Augusto la scelse come luogo d’esilio per sua figlia Giulia. Nei secoli l’isola cambiò nome, abitanti, padroni. Ma quell’idea rimase: se vuoi allontanare qualcuno dal mondo, un’isola è un posto perfetto.
Non servono mura quando hai il mare.
Ma poi le mura arrivarono lo stesso.
Poco più in là di Ventotene, infatti, c’è l’isola di Santo Stefano.
A guardarla dal mare sembra quasi vicina. Un’altra isola, ancora più piccola. Al centro, un enorme carcere costruito alla fine del Settecento secondo un principio preciso: da un unico punto si doveva poter controllare tutto. Un luogo pensato per rinchiudere. Per separare. Per impedire di andare altrove.
Ventotene stessa, durante il fascismo, diventò luogo di confino. Qui furono mandati uomini e donne che il regime voleva allontanare, rendere innocui, isolare – si dice proprio così.
Tra i tanti c’erano anche due signori, il cui nome forse vi sarà familiare: Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. E c’è qualcosa che continua a sembrarmi incredibile. Erano confinati su un’isola: davanti avevano il mare e alle spalle un regime che aveva trasformato il mondo in una fredda sequela di nazioni nemiche, frontiere, eserciti e guerre.
Quei due, lì dentro, cosa avrebbero dovuto fare? Avrebbero potuto pensare a uscire da lì, per esempio.
Invece pensarono a come avremmo potuto uscirne tutti e nel 1941, insieme alle idee e al contributo di altri antifascisti confinati con loro, nacque quello che conosciamo oggi (e che forse alcuni non ricordano più) come Manifesto di Ventotene: Per un’Europa libera e unita.
Una cosa scritta pensando al futuro mentre intorno il presente andava in pezzi. Un’idea di unione in un mondo che sembrava destinato ad essere spaccato. Nata in un luogo da cui non era possibile andare via.
Questa cosa mi emoziona ancora se ci penso, più di tutto.
Il fatto che abbiano immaginato l’Europa da un’isola, da un confino, da uno spazio minuscolo circondato da un mare blu enorme e profondo. Ci vuole una forma particolare di libertà per riuscire a immaginare qualcosa che non puoi ancora vedere. Forse la speranza è esattamente questo.
A un certo punto, interrompendo il mio goffo e inutile tentativo di farmi venire le branchie, da lontano, vedo arrivare verso di me un piccolo corpo estraneo. Un cerchio giallo, una cosa molto simile a un uovo al tegamino. La mia vista, che mai come in mare è capace di riconoscere le cose, capisce subito chi mi sta venendo incontro, e senza esitare esclamo felice: glugluglugluuuuglglu! (trad. “È una Cassiopea!”)
La Cassiopea è una medusa strana, non è urticante per l’uomo. Vive spesso capovolta, appoggiata sul fondale, con i tentacoli rivolti verso la luce. Sotto di lei nuotano piccoli pesci, vicinissimi, apparentemente al riparo nel suo spazio.
Rimango a guardarli.
Non so quanto tempo. Forse era lei che aspettavo per mostrarmi meglio il filo dei miei pensieri?!
Mi piace quella piccola comunità improbabile. Specie diverse che occupano lo stesso pezzetto di mare senza chiedersi a chi appartenga. Una sopra, gli altri sotto. Ognuno con il proprio spazio e, nello stesso tempo, dentro lo spazio dell’altro.
Naturalmente la natura non fa politica. Siamo noi esseri umani che abbiamo questo vizio meraviglioso e un po’ ridicolo di cercare metafore dappertutto. Ma lì sotto, davanti a quella medusa con il nome di una costellazione e ai suoi minuscoli compagni di viaggio, penso inevitabilmente a quello che c’è sull’isola, a quello che esiste sulla terraferma, alle infinite possibilità che abbiamo noi essere umani.
Cassiopea si allontana, con i suoi pesci al seguito, completamente indifferente alle mie riflessioni sull’Europa, sui confini e sul resto del mondo. La guardo andare via finché il giallo non si perde nel blu.
Tiro di nuovo sù la testa, fuori dall’acqua, alzo gli occhi.
Il mare finisce all’orizzonte.
O forse, semplicemente, da dove sono non riesco a vedere come continua.
Ilaria Serpi
Commenti (2)
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Bravissima!
Che meraviglioso modo di scrivere! E’ sempre un piacere leggere questi articoli pieni di poesia!