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IL COLORE DEL GRANO

IL COLORE DEL GRANO

A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, in un’epoca animata da teorie psicoanalitiche e psicodinamiche, iniziarono ad essere introdotti i primi psicofarmaci.

In un libro che sto leggendo, “Stranieri a noi stessi” di Rachel Aviv, l’autrice ci racconta che spesso, quando in quegli anni uno psichiatra iniziava a interessarsi alla ricerca biologica, ovvero a cercare di comprendere i disturbi mentali attraverso il funzionamento neurologico e biochimico del cervello, in alcuni contesti veniva considerato “…un caso particolare, forse affetto da conflitti emotivi che lo rendevano incapace di confrontarsi con le sensazioni reali”. Mi fa un po’ sorridere leggere queste parole oggi, in cui talvolta in alcuni ambienti accade quasi il contrario.

Esistono casi in cui gli psicofarmaci salvano vite, questo sarebbe assurdo dimenticarlo. Possono essere un valido strumento.

Ma oggi, purtroppo, qualche volta sembra siano diventati l’unica risposta.

O, quantomeno, la risposta che il poco tempo e le poche risorse finiscono spesso per imporre. Anche a uno specialista con le migliori intenzioni.

Prego si segga, mi dispiace ma non abbiamo molto tempo. Prenda mezza compressa alle ore 8, passi a una dopo una settimana e vedrà, si risolverà tutto. A tra un mese.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ci dice che a livello globale, tra i 10 ed i 19 anni, un adolescente su sette soffre di un disturbo mentale. In Europa, la prevalenza dei disturbi mentali tra 0 e 19 anni è aumentata notevolmente negli ultimi 15 anni.

Nonostante i progressi della ricerca e dei trattamenti, i dati continuano a mostrare un aumento della prevalenza di questi disturbi tra i più giovani. Com’è possibile?

Come se ciò che non va e un tempo poteva rimanere sommerso trovasse oggi sempre più spesso una via per affiorare. Ma perché?

Forse, in alcuni casi, quei sintomi rappresentano anche una risposta. Ma a cosa?

E se fossero, almeno in parte, un tentativo di farsi ascoltare?

Quando chi abbiamo davanti non ascolta quel che abbiamo da dire, la nostra voce cambia. Il tono si alza, il diaframma si contrae e a volte ci ritroviamo a gridare: “Mi sembra quasi di parlare al muro!”.

Forse è per questo che qualche volta il corpo finisce per far trasparire ciò che un tempo poteva essere sussurrato.

Per esistere davanti all’insensibilità del cemento che avanza.

Per essere visto.

Per essere capito.

O, per lo meno, per smettere di essere ignorato.

Ignorato da una parte di mondo sempre più interessata alle apparenze, alle etichette, alla produttività. Che nella fretta si è dimenticata che esista il tempo —il tempo di ognuno — e lo spazio —fatto di sogni e di speranze luminosi, che qualche volta purtroppo possono essere delusi—. “L’essenziale è invisibile agli occhi”, scriveva Saint-Exupéry.

Status psicopatologico stabile. Tranquillo sul piano psicomotorio. Buono il funzionamento personale.

Come invisibile era quel livido gelido sotto la pelle tenera, di cui nessuno si era accorto.

Come quella sfumatura scura, che nessuno aveva notato in quello sguardo un po’ troppo leggero.

O come quella canzone triste che si ripeteva e ripeteva… che nessuno aveva udito nella notte silenziosa.

I sintomi stanno cercando di raccontare una storia. Sono i nodi di un filo che riporta a quando tutto è iniziato.

Una storia di tutto rispetto.

A proposito di storie.

“Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla”, diceva Novecento, come ci racconta il suo amico Tim ne “La leggenda del pianista sull’oceano”.

Adesso però non possiamo che chiederci: quel qualcuno a cui raccontarla, chi è?

Perché continuando ad urlare addosso a quel muro, ad insistere, ad arrabbiarsi nell’illusione che un domani possa finalmente muoversi di lì, a un certo punto potrebbero accadere due cose. O che ci si fa male, arrivando a spezzarsi la voce a furia di urlare. Oppure ci si arrende, buttando quel filo in un cassetto e dimenticando così tutto quel che si aveva da dire.

Ma come in un cassetto, proprio tu che avevi gambe che sognavano di correre!

C’è però una terza strada, nient’affatto asfaltata, che inizia da piccoli E se.

E se un giorno, anche se stremati e tremuli, ci mettessimo lì, di sana pianta, a toccarne con mano la ruvidezza dei materiali, l’assenza di risonanza del cemento, la voglia palpabile di starsene piantato lì. Monolitico.

E se decidessimo di alzare lo sguardo.

Alla ricerca di qualcuno che sappia risuonare e risponderci, facendoci sentire dentro vivi come una foresta. Che sappia farci innamorare del colore del grano. Che sappia regalarci i respiri profondi del mare.

Ma tu te li immagini i colori che si potrebbero inventare, a mescolarsi davvero?

Quante poesie si potrebbero scrivere, su una storia che ha scelto di guardare oltre quel muro?

E quante avventure potrebbero iniziare sotto quei cieli immensi, tra fiumi azzurri e colline e praterie?

È vero, caro Battisti, il coraggio di vivere richiede il suo tempo.

Ma quando ritrovi il tuo filo

E nelle vele arriva il vento,

Lui nasce da sé.  

Me l’ha suggerito una mattina di luglio, non chiedermi di che anno.

Che poi luglio ha il colore del grano.

Adriana Ferretti

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IL COLORE DEL GRANO
Foto scattata da: Allan Carvalho (da Pexels)
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