LA SCIENZA POETICA

La scienza sa essere incredibilmente affascinante o terribilmente fredda. Ce ne siamo accorti. Non è un caso che “Frankenstein”, romanzo scritto da una giovanissima Mary Shelley, sia ancora oggi fonte d’ispirazione per tantissimi libri e film. Una storia in fondo semplice, che da due secoli a questa parte continua a far sorgere domande inquiete e di grande attualità: qual è il limite tra la scienza e l’orrore? Dove ci porterà il progresso scientifico?
Di certo le notizie degli ultimi tempi non aiutano a migliorare il nostro immaginario. Basti pensare, solo per citarne alcune, ai droni utilizzati per scopi di guerra e alle intelligenze artificiali dai dubbi limiti etici…
Ma la scienza non è per forza questo.
La scienza viene resa mostruosa.
La scienza diventa mostruosa quando perde la poesia.
La poesia e la scienza, quindi la dimensione poetica delle cose e quella scientifica, in fondo possono essere simili. Come le nostre mani, la sinistra e la destra: a prima vista opposte, ma appartenenti allo stesso essere umano. Mani diverse, ma entrambe necessarie per impastare la realtà.
Simili, perché hanno in comune qualcosa che brilla: la capacità di immaginare il mondo diverso da come è.
La scienza, per esempio, sa trovarsi di fronte a qualcosa di crudo, di terribile, di inaccettabile, e trasformarlo in futuro.
L’arte, in meraviglia.
A proposito di trasformare la realtà in meraviglia, mi torna alla mente il film “Hamnet – Nel nome del figlio”, nato dallo sguardo emozionante della regista Chloé Zhao. Un film che ti illudi voglia raccontare di una certa storia (non voglio fare spoiler!), per poi accorgerti che invece parla di noi, di tutti, degli esseri umani, di oggi e di ieri e di sempre. L’arte, grazie alla sensibilità e alla creatività umana, riesce a stravolgere il dolore e rende possibile l’impossibile. E tutto risuona dentro e si tinge di bellezza.
È che la poesia non serve spiegarla… la poesia è di tutti.
Ecco, è anche per questo che poesia e scienza sono simili. La poesia è di tutti, sì… ma anche la scienza è di tutti —o almeno così dovrebbe essere. Ed è quando questo accade che la scienza diventa una vera e propria opera d’arte. Diventa poetica quando mantiene la sua promessa:
non andare contro l’altro, ma verso l’altro,
in un salto di fantasia.
Parlando di qualcosa che appartiene a tutti, ripenso a una storia un po’ particolare. Una storia che racconta di una guerra che, invece di fare vittime, voleva proprio regalare il futuro.
Durante gli anni della guerra fredda, più precisamente negli anni ’50 e ‘60, ci fu un’affiatatissima battaglia che non schierò carri armati né missili balistici, ma venne combattuta a suon di provette. Due cavalieri dal mantello bianco si sfidarono a duello, da due laboratori ai poli del mondo: uno si trovava in America e uno proprio in URSS. I duellanti erano rivali, sì, ma avevano in comune un pensiero ben preciso: non potevano accettare che i bambini si ammalassero e perdessero la vita.
In quegli anni c’erano continue epidemie di un virus che era diventato una vera e propria condanna per l’umanità. All’epoca c’era una sola arma per difendersi: sperare di scamparsela.
Quei due, che si chiamavano Jonas Salk e Albert Sabin, si sfidarono nel riuscire a inventare la soluzione migliore. Si cimentarono ardentemente e riuscirono a creare due armi davvero rivoluzionarie: due vaccini, diversissimi tra loro, per fermare questo male inaccettabile.
Chi vinse la battaglia al vaccino migliore…? Beh, è qui che c’è del meraviglioso.
La vinsero entrambi! E la vinsero tutti.
Infatti, nessuno dei due vaccini era perfetto: uno era più complicato, ma più sicuro; l’altro era più semplice da somministrare, più efficace, sì… ma era più rischioso. Ma il bello fu che l’uno era il complementare dell’altro: dove non arrivava uno, arrivava l’altro. Uno, con le sue caratteristiche, poteva salvare una parte del mondo; l’altro, con le sue diversità, la restante.
Inoltre, a velocizzare il tutto, i cittadini del mondo parteciparono compatti alla battaglia, e donarono e donarono i propri soldi per finanziare le ricerche. Divenne famosa la “marcia delle monetine”, raccolta fondi così chiamata perché ognuno contribuì con quel che poteva.
Ma non fu solo il sogno di combattere quel male ad accomunare i due scienziati. Fu anche un’altra scelta ad unirli e a farli rimanere nella storia: entrambi scelsero di non brevettare il vaccino. Questa scelta permise una produzione il più rapida possibile, al costo di rinunciare a enormi guadagni. Fu il loro regalo per tutti i bambini del mondo.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità dice che oggi la poliomielite è quasi scomparsa dalla faccia della terra. Alcuni ceppi sono stati definitivamente eradicati: non esistono più. Da temibile destino a pagina di storia, una storia appartenente al passato.
È proprio così che la scienza diventa una cosa meravigliosa… e a pensarci, in fondo, basta un solo semplice ingrediente: che la scienza non si perda la poesia. E allora sì che le due tornano ad essere simili.
Ed è allora che diventano due mani che creano,
mani che afferrano il mondo per come è
e lo spingono al di là della realtà.
Per riconsegnarlo più bello,
più libero,
più sano,
a quelli che arriveranno.
Per dare spazio
a nuove ricerche,
a nuove cure…
E arrivare
insieme
oltre quello che ci era possibile immaginare.
Adriana Ferretti
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Non avrei mai pensato di accostare scienza e poesia, ma ora che leggo questo bellissimo articolo mi sembra che non si possa che pensarle insieme scienza e poesia.
Grazie Adriana, davvero una riflessione emozionante e poetica!