100% SETA

Esterno.
San Sebastián, primavera di un anno indefinito, Andrea Laszlo canta “il mondo è un tipo irrazionale, fa come vuole, non da nessuna spiegazione”, tira vento da nord, porta via nuvole ed incertezza, su una panchina senza angoli un uomo dalla giacca color miele, affonda testa occhi naso e bocca in un libro tanto fitto che sembra raccontare l’universo. Il mare dondola, il mondo vive, l’aria fa tramontare parole senza significato.
Su quel libro è scritto tutto, penso.
Interno.
La pelle non è fatta per essere incollata.
Per esempio, io se ho le dita piene di fragole appena tagliate a pezzetti così piccoli da poggiarsi sulle particelle d’aria e profumare l’intera cucina di primavera, ecco se ho le dita così, corro subito a metterle sotto l’acqua che quella sensazione che ogni volta che si toccano non riescono a salutarsi per bene e stanno lì le ore prima di dirsi “ehi ciao buona primavera”, non la sopporto. Così come con gli sticker, tipo quelli presi dall’ultima pagina del diario di scuola, che certi brillavano così tanto che ti veniva da farli aderire sulle mani, sui polsi, sulla fronte per vedere se brillava più il tuo o quello della tua compagna di banco a suon di “potere del cristallo di luna vieni a me!” (millennials, mi sentite?) ma niente da fare, anche i migliori poi tanto si staccavano sempre.
Non è fatta per essere incollata.
Troppa aria, troppo sale, troppo movimento, troppa poca uniformità, troppa vita.
E allora dici, se si stacca io la cucio.
Ma che sei matto?
Con un puntino piccolo, neanche te ne accorgi.
I vestiti si cuciono, mica la pelle.
Ah ecco, perfetto! Allora la cucio su una maglietta bella stretta, la infili ed il gioco è fatto.
Se c’è una cosa che ho sempre fatto, oltre a leggere l’ultima riga di un libro appena comprato e non dividere mai i dolci al ristorante, è stato di staccare le etichette dai vestiti nuovi. Ho affinato diverse tecniche nel tempo.
Tecnica n°1: tagliare filo filo all’attaccatura stando attenti a non tagliare il tessuto. Difficoltà: media.
Esito: se posizionate dietro al collo, si avrà sempre la sensazione di una formica che sta lì a rotolare la sua mollica di pane incurante che tu stia cercando di guardare il tuo film preferito, se posizionate sul fianco, sembrerà di essere punzecchiati dal grillo parlante che dice “ti sono arrivati tre reminder dalla palestra, che hai deciso ti iscrivi?”
Tecnica n°2: scucire il filo che tiene uniti il foglietto con le specifiche dei materiali, quello con il paese di provenienza, quello con i lavaggi consigliati ecc.
Difficoltà: alta.
Esito: spesso, sebbene sembri che quel filo sia lì ad hoc per tenere ben saldi solo quei foglietti, in realtà ti accorgi che tiene insieme proprio i tessuti ed una volta scucito, ti lascia con un bel buco da rattoppare. E come minimo stavi per uscire e ti tocca cambiarti di corsa o uscire con la maglietta bucata o cercare di mettere la famosa toppa, la prima che trovi nel cassetto del cucito. Che poi, chi ha ancora il cassetto del cucito?
Quindi: la pelle non è fatta per essere cucita. Non è fatta per essere incollata e non è fatta per essere cucita.
Ma allora come si reggono tutte le etichette?
Per esempio: l’etichetta di Sofia che a sette anni “non rispetta i parametri di velocità ed accuratezza nella lettura”, l’etichetta di Tommaso che si distrae, è impulsivo, non riesce a rimanere seduto in classe mentre la maestra spiega il corpo umano -a lui piacciono gli animali vuole fare il veterinario-, l’etichetta di Anna che a tredici anni si sente diversa e allora chiusa nella sua stanza una sera online, spulciando qua e là, si trova davanti un test per l’autismo ed un po’ impaurita, inizia a riempire le caselle a scelta multipla.
Senza dubbio è importante dare il giusto nome alle cose, il lavoro e la responsabilità del clinico sono esattamente quelli: studiare, studiare e studiare ancora, capire, pensare, esprimere. Con attenzione, cautela, cura.
Ma è altrettanto giusto usare gli occhi non solo per vedere, ma anche per guardare, osservare, per saper aspettare, è altrettanto giusto ascoltare, capire in che contesto, relazione, momento fioriscono certe difficoltà. Che se quell’etichetta si fonde con il tessuto, quello umano per esempio, poi è difficile toglierla e magari Tommaso non ci va all’università per diventare veterinario, Sofia si iscrive ad un istituto tecnico perché capirai ma come faccio a leggere Catullo in versi, e Anna un po’ agitata, perché ha trovato una ‘pronta risposta’ ad una domanda così difficile, ma soprattutto molto angosciata per quanto cieca fosse quella risposta, si mette al riparo dal clima islandese delle relazioni, che un momento è vento, ma poi raffiche di neve e in un battito di ciglia sole caldo agosto mediterraneo.
Che levarla quell’etichetta a quel punto c’è il rischio lasci un buco, non sulla maglietta ma nell’essenza più profonda, nel cuore di ogni essere umano: la propria identità.
Tempo fa mi hanno regalato un libro di Michele Zappella, neuropsichiatra infantile per lungo tempo primario del reparto di Neuropsichiatria infantile all’Ospedale Generale di Siena, dove l’autore scrive: “l’etichetta di ‘diverso’ ha inizio nella scuola e si realizza soprattutto per quelle difficoltà che riguardano le abilità oggi più richieste dal mondo del lavoro: saper leggere e scrivere e saper entrare adeguatamente in relazione con gli altri (…) si tende a mettere da parte bambini e giovani per alcune loro caratteristiche ritenute inadeguate, riducendo la loro esistenza e le loro potenzialità a un’etichetta spesso usata senza alcun principio di riservatezza (…) un ‘timbro’ squalificante e tale da cancellare sia il senso reale delle difficoltà di una persona sia i suoi punti di forza. Liberarsi dalle etichette (…) vuol dire gettare le basi per una società più democratica che cominci dalla scuola e continui per il resto della vita.”
Esterno.
L’uomo dalla giacca color miele si bagna le dita e chiude la quarta di copertina. Alza la testa, chiude gli occhi, respira il vento del nord. Il mondo sembra in ordine, ha il colore del cielo a mezzogiorno, in vetta, in una giornata di marzo. Nella sua testa risuonano le ultime parole lette, che fanno un po’ così:
“essere diversi è l’unica salvezza contro le asteroidi di cecità, che la diversità è della stessa consistenza della seta e si, le cose impalpabili tanto da sembrare indefinibili, sono quelle che fanno più paura, ma sono le stesse che sempre valgono e mai sottraggono, la vita.”
Susanna Lucatello

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