SONO BRUTTISSIMA, UN MOSTRO!

Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con il lavoro di psicoterapia con gli adolescenti sa perfettamente che sentirsi brutti è molto frequente nei ragazzi. Ragazzi che non avrebbero assolutamente nulla da rimproverarsi per quanto riguarda il loro aspetto estetico.
È un sintomo, la dismorfofobia, che ritroviamo in vari quadri clinici. Spesso è presente negli stati depressivi degli adolescenti e in queste situazioni la vergogna è intrisa alla colpa ed il vedersi brutti è ancora misto ad un “sentirsi” brutti. Ma questo sintomo può trovarsi in quadri clinici ben più gravi dove il vedersi brutti è supportato da una lucida certezza delirante. Qui la sensazione di colpa sparisce e la causa del proprio malessere viene attribuita senza incertezze ad un determinato dettaglio fisico che viene “visto” dal ragazzo. Infatti in questi casi si arriva frequentemente a ricorrere alla chirurgia estetica salvo poi aprire infiniti contenziosi con i chirurghi accusati di non aver risolto il problema.
In realtà ciò che balza immediatamente agli occhi è che questo vedersi brutti non si riferisce affatto alla realtà fisica ma è come se il ragazzo, pur parlandoci del suo aspetto fisico, in realtà ci stesse dicendo di una bruttezza molto più profonda, che riguarda la sua realtà interna. Già perché il ragazzo in realtà qualcosa di brutto ce l’ha veramente. Qualcosa che non riguarda la sua figura esterna ma la sua immagine interna. E nella misura in cui sposta il problema su un piano fisico, riesce a deresponsabilizzarsi, ad allontanarsi sempre più dal vero problema rispetto al quale potrebbe e dovrebbe fare qualcosa.
È una dinamica molto simile a quella descritta da Oscar Wilde ne “Il ritratto di Dorian Gray” in cui il volto del ragazzo rimane bellissimo e inalterato nel tempo mentre è il suo ritratto ad assumere sembianze sempre più mostruose.
È chiaro, a mio avviso, che in situazioni come queste la cura non potrà che riguardare l’immagine interna, l’inconscio, perché è là che risiede il vero problema di cui soffre il paziente: la colpa di chi non ha avuto il coraggio, la forza, la fantasia di ribellarsi a colui che gli ha negato l’originaria bellezza interiore e la bruttezza di chi oggi è diventato egli stesso un negatore della bellezza (interiore) altrui.
E invece se andiamo su Google troviamo questo:
“La cura di questo disturbo si basa principalmente sulla combinazione di psicoterapia e, in alcuni casi, terapia farmacologica. Secondo gli specialisti, gli psicologi consigliano che la psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) sia il trattamento di prima scelta. Le linee guida per il trattamento del disturbo da dismorfismo corporeo suggeriscono l’utilizzo di farmaci antidepressivi (SSRI) e strategie di intervento cognitivo comportamentale come la psicoeducazione, la ristrutturazione cognitiva, l’attivazione comportamentale e l’esposizione allo specchio”. Ovvero tutti interventi che si limitano agli aspetti coscienti.
A me sembra che stiamo ormai assistendo negli ultimi anni ad un degrado di tutto ciò che continuiamo a chiamare psicoterapia anche se di terapeutico non c’è traccia perché si rivolge esclusivamente alla realtà cosciente. L’idea di una possibilità di trasformare e curare la realtà profonda sembra ormai sparita per lasciare il posto ad un più o meno amichevole intervento di supporto e sostegno che non cura assolutamente niente, lascia solo un senso di sollievo e di sfogo per aver fatto una bella chiacchierata con chi ci è stato benevolmente a sentire per 45 minuti.
Sarà anche per questo che negli ultimi anni gli interventi di chirurgia estetica sono cresciuti in maniera esponenziale, soprattutto tra i più giovani. Oggi uno dei regali più frequenti alle ragazze per i 18 anni è un intervento di mastoplastica additiva! Tutto questo nasconde il pensiero, che si sta sempre più sviluppando grazie anche all’inefficacia delle attuali psicoterapie, che la realtà mentale non si possa cambiare mentre l’unica cosa dove si può intervenire è il corpo. Accenno soltanto a quanti casi di transizione di genere sono dovuti a questo pensiero.
Quanto durerà questo stato di cose non è dato sapere. Le case farmaceutiche hanno tutto l’interesse a mantenerlo ed anche la formazione dei cosiddetti psicoterapeuti che devono imparare delle tecniche è molto più facile rispetto ad un complesso e lungo lavoro di formazione che comporta la comprensione e trasformazione delle proprie e altrui dinamiche non coscienti.
Di certo si stanno facendo danni non soltanto sul piano clinico della cura propriamente detta, ma anche sul piano culturale. Accentrare tutto sul corpo ricorda quel “mens sana in corpore sano” tanto caro ai fascisti. Un corpo esibito bello, sano, omologato che faccia sparire i brutti pensieri e ci faccia diventare obbedienti impedendoci per sempre di capire e sapere che certi problemi sono emersi per non aver avuto il coraggio di ribellarci, di dire NO!
Marco Michelini
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Quanta verità e quanti riscontri in quello che scrivi! Sembra più facile e immediato trasformare il corpo che un proprio pensiero intimo e profondo, ovviamente con un prezioso lavoro di cura. “Sentirsi” belli anche da più grandi è complicato, non parlo delle rughette che inevitabilmente appaiono sul viso, ma di qualcosa che sta sottopelle, che ci fa porre domande e ricercare qualcosa di.. diverso.