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ARRIVEDERCI, ESTATE!

ARRIVEDERCI, ESTATE!

In un paesino alle pendici degli Appennini che ormai non esiste più, custodisco dei piccoli tesori della mente.

Uno di quei posti tanto piccoli da poter giocare a un nascondino gigante per tutto il borgo, ritrovandosi a strillare “Tanaaaaaaaa!” tra il fiatone e le risate per la grande corsa. Quei luoghi dove potersi avventurare senza dover far sapere a nessuno dove te ne stessi tutto il giorno, che fosse a raccogliere more dai rovi o a scoprire quanto fossero buffi i girini nel torrente. Quei posti che non esistono più, che sia un terremoto ad esserseli portati via o le gambe che si allungano ad averti fatto muovere verso altri orizzonti.

La magia era lì, a portata di mano, in quel tempo che non conosceva calendario né orologi. Un tempo scandito dal rumore delle uova sbattute per fare lo zabaione al mattino, dal sole che senza chiedere il permesso rendeva man mano la pelle dorata, dalle passeggiate nelle notti fresche sotto la luna d’argento. Giornate che facevano dimenticare che esistesse un altro mondo di città. Anche i telefoni più affidabili, complici di questa dolce noia, decidevano di non prendere mai.

Lì la natura sapeva accendere lo sguardo. E aveva un rito di passaggio che, ogni anno, continuava a meravigliarmi.

Il tutto iniziava con un venticello insolito, che senza preavviso iniziava a solleticare le spalle. Poi qualche nuvola contornava l’orizzonte e finiva col portarsi dietro qualche ombra di troppo. Per finire, arrivava quell’odore inconfondibile: odore di umido e terra. Era il momento dei temporali estivi.

“Basta avere un po’ di pazienza” —commentavamo con facce da veri esperti di giochi, i bambini del paese ed io— “I temporali d’estate passano in fretta.” Sapevamo che si sarebbe tornati presto a giocare.

In effetti, per diverse volte era così. Nuvoloni gonfi tra ululati di vento, un gran fracasso di pioggia per poi, altrettanto improvvisamente, tornare alla calma. Ricordo bene quell’attesa in casa, gli attimi di silenzio subito dopo, necessari per accertarsi che il tutto fosse passato. Dalla porta vedevamo un rivolo d’acqua scivolare lungo le viuzze del paese, fino a valle, e intanto il cielo era di nuovo limpido, invariato se non per quel passeggero velo di freschezza nell’aria.

Ma i temporali estivi non ci parlano solo del tempo che inizia a trasformarsi, parlano anche dello spazio che si crea quando qualcosa volge al termine.

Di quei momenti lì, ricordo l’emozione di scoprire che non solo noi, ma anche il bosco si risvegliava con quell’acquazzone. Tutti i bambini uscivano per il paese per andare a vedere quello spettacolo imperdibile: quel piccolo mondo che non vedeva l’ora che tutta quell’acqua se ne venisse giù, dopo quel caldo incessante. Ricordo le chiocciole sbucare dappertutto, dopo essersene state nascoste chissà dove a nostra insaputa, vincendo di gran lunga ogni gioco fatto per nascondersi. E le lumachine arrampicarsi su ogni muro curiosando con le loro antenne, mentre i rospi se ne stavano negli angoli a gorgogliare. I funghi apparivano come per incanto —o forse eri tu che prima non avevi occhi per vederli.

Il temporale era un mantello brillante che, andandosene, dopo aver avvolto ogni cosa, lasciava scoperto un mondo ricco di vita.

Il rito estivo, per l’appunto, comprendeva un passaggio: a un certo punto, di temporale in temporale, come un rullo di tamburi suonato sopra un nuvolone gonfio, la pelle si accorgeva che il tempo era cambiato. Arrivava un fresco che non accennava ad andarsene, le giornate si accorciavano, e il tempo riprendeva il suo solito passo. Era quello il momento di fare le valigie, di tornare in città e quindi, di lì a qualche giorno, a scuola.

Ricordo la sensazione di lasciare quel posto sentendosi come nuovi. L’impazienza di rivedere gli amici in città, la curiosità di ritrovarli dopo un’estate intera magari un po’ più alti, più asciutti, più sorridenti. Cambiati, chissà.

Come ricordo bene il sapore della malinconia, che non poteva che sapere di zabaione: dolce, dal retrogusto pungente. Rigorosamente preparato con le uova delle galline della signora Nannina, nota contadina del paese che, secondo la mia sapienza di bambina, doveva avere almeno mille anni.

Per tutto il viaggio di ritorno custodivo nel petto quella malinconia. Arrivati a casa, ci si immergeva nel nuovo inizio e quella non c’era già più.

Sparita, come una memoria che non si dimentica, ma che si deposita delicata sul fondale del cuore.

Ci sono luoghi che non crollano con il terreno che trema e che non sbiadiscono come le fotografie di un tempo. Posti nella memoria dove il tempo è rimasto sospeso, come la rugiada sull’erba nelle prime ore del giorno. Lì vive la certezza che tutto può ancora accadere, che tutto può ancora sorprendere. Soprattutto dopo un ululante temporale.

Forse la fantasia, come il bosco, non teme i temporali. E, quando è tempo, sbuca fuori dalla terra che brulica di vita.

Adriana Ferretti

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Foto scattata da: Оля Кузяків (da Pexels)
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