VOCE DEL VERBO SENTIRE

Non so esattamente quale sia stato il momento in cui i miei genitori si sono accorti che c’era qualcosa di diverso nei miei occhi. So soltanto che ero ancora molto piccola, avrò avuto appena qualche mese.
Immagino sia successo durante uno di quei rituali che accompagnano ogni neonato. Il parente di turno si avvicina alla culla, lo osserva con aria esperta e inizia il censimento delle somiglianze: il naso è tutto del padre, le orecchie della madre, il mento della nonna, le sopracciglia dello zio. Poi arriva inevitabilmente il momento degli occhi. Di che colore saranno? A chi assomigliano?
Solo che, proprio mentre quello sguardo cercava il mio, i miei occhi non avevano alcuna intenzione di stare fermi.
Più qualcuno provava a fissarmi, più loro iniziavano a correre da una parte all’altra, velocissimamente da destra a sinistra e viceversa, come se il mio giovanissimo nervo ottico avesse concluso che vedere tutto perfettamente a fuoco non fosse poi questa grande necessità. Anzi, che forse sfocare il mondo fosse proprio un ottimo modo per rendere certe facce un po’ meno inquietanti. O, quantomeno, più sopportabili.
Credo che quella cosa abbia spaventato parecchio i miei genitori.
Cominciarono visite, controlli, specialisti. Ognuno aveva una teoria diversa e, a giudicare dai racconti, sembrava che i medici facessero a gara a immaginare lo scenario peggiore. «Ha il nervo ottico lesionato.» «Bisogna operarla al collo.» «Diventerà cieca prima dei tre anni.».
E invece alla fine la diagnosi arrivò: nistagmo. È il nome di quel movimento involontario che ancora oggi fa tremare i miei occhi. Non c’era qualcosa da fare, se non portare gli occhiali e sottopormi periodicamente ai controlli. Quanto alla causa, nessuno riuscì mai a individuarla. Forse un trauma prima della nascita. Forse durante il parto. Forse subito dopo. O forse nessuna di queste cose. Semplicemente, non si sapeva.
Io, però, una teoria ce l’ho sempre avuta, ma sono convinta che nessun medico abbia mai preso seriamente in considerazione l’effetto che possono fare certe facce a chi è appena venuto al mondo.
Mio padre, invece, si era convinto che fosse colpa sua.
Quando gli chiedevo perché i miei occhi si muovessero così velocemente, mi raccontava sempre la stessa storia. Diceva che, da neonata, facevo una fatica tremenda ad addormentarmi e che lui, esasperato, prendeva la culla e la dondolava con un entusiasmo che oggi definiremmo eccessivo. Si era convinto che fosse stato lui a provocarmi quel movimento incessante degli occhi. Da bambina ascoltavo quel racconto, ma non mi sembrava convincente.
Mi piaceva molto di più pensare che fosse tutta colpa dei sogni.
Avevo scoperto che durante la fase REM — Rapid Eye Movements — gli occhi si muovono velocemente mentre si sogna. Così avevo elaborato una teoria tutta mia: ero come tutti gli altri, soltanto che a me piaceva sognare anche da sveglia.
Col tempo ho smesso di chiedermi da dove venisse il nistagmo. Ho capito che alcune domande non hanno risposta e che, in fondo, non ne hanno nemmeno bisogno.
Ci sono cresciuta insieme. Ho imparato a convivere con una vista che ogni tanto decide di fare di testa sua e che non posso controllare fino in fondo. E, forse, è anche per questo che non ha mai avuto il controllo su di me, la vista dico.
Pensandoci bene credo sia stata una fortuna.
Per me vedere non è mai stato un gesto automatico. È sempre stato qualcosa a cui prestare attenzione. Un’azione da interpretare prima ancora che da compiere.
E forse proprio per questo, crescendo, ho iniziato a sospettare che la vista fosse il senso più prepotente che possediamo.
Le diamo sempre più credito di quanto meriti. Se non vediamo una cosa, facciamo fatica a crederci. Se la vediamo, siamo convinti di averla già capita. Ma la realtà è spesso molto più ampia e profonda del nostro campo visivo, e, che noi ce ne accorgiamo o meno, continua a raggiungerci da strade molto diverse.
Qualche tempo fa mi sono accorta di una delle tante cose curiose della lingua italiana. A farci caso ho notato che esiste un verbo che si può usare per parlare di tutti i sensi, tranne uno, e indovinate quale?! Sì, proprio la vista.
Sto parlando del verbo sentire.
Possiamo credere di aver “sentito un rumore”. Ma diciamo anche “Lo senti questo profumo?”, oppure “Assaggia, senti questo, sa proprio di albicocca”, oppure ancora “Hai sentito com’è morbido?”. Tutte sensazioni che, a pensarci bene, sono un po’ incerte, personali, opinabili, che per esserne sicuri bisognerebbe davvero fidarsi molto di sé stessi.
Che poi, guarda caso, è lo stesso verbo che usiamo quando parliamo delle emozioni o delle sensazioni, come: “Oggi mi sento felice”, “Mi sento triste”, “Mi sento a casa”.
Ora non per fare il Lucarelli della linguistica, anche perché non ho nessuna certezza che questa sia o meno una semplice coincidenza filologica. Però a me piace pensare di no.
Mi piace pensare che quella parola custodisca una verità, e cioè che prima ancora di guardare il mondo, noi lo sentiamo.
Prendi l’udito, ad esempio.
È il senso che mi dà l’impressione di custodire il ricordo più antico che abbiamo.
Mi riporta a quando ero così piccola da stare tutta intera sul petto di qualcuno che mi raccontava le favole per farmi addormentare, a quando le parole non avevano ancora un significato, o almeno, non il significato che hanno oggi. C’era soltanto questa voce che si confondeva con il rumore ritmico e rallentato che fa un cuore che non desidera essere altrove. Un po’ come se prima ancora di capire cosa ci viene detto, impariamo a riconoscere chi ci fa sentire al sicuro.
Forse è lì che cominciamo davvero a conoscere le persone. Non tanto da quello che ci dicono, ma da come ci suona la loro presenza.
L’olfatto, invece, è un’altra forma di memoria. Ha qualcosa di profondamente maleducato. Non bussa, non si presenta, non chiede il permesso. Arriva e basta. E, nel giro di un istante, ci porta da un’altra parte.
Mi sono convinta che il mio olfatto sia più sviluppato quando arriva l’estate, merito della libertà dai raffreddori forse. L’odore del mare e il profumo della sabbia al mattino presto. Le corse in bicicletta con le ginocchia rigorosamente sbucciate sul prato tagliato di fresco. Il profumo della crema solare di mia nonna. L’odore irripetibile di quella polvere sottile che avviluppa i pinoli appena tirati fuori da una pigna, pronti ad essere aperti dal sasso più pesante del giardino.
È strano.
Se chiudo gli occhi, quei momenti non mi sembra nemmeno di ricordarli. Mi sembra di sentirli sulla punta del naso.
Poi c’è il tatto. La maestra diceva che abita nei polpastrelli. Eppure, col tempo mi sono convinta che una mano racconti molto più di quello che tocca, e da una carezza nell’incavo del ginocchio, dalla delicatezza con cui qualcuno ti prende il braccio, perfino dal modo in cui intreccia le dita alle tue, credo sia possibile intuire tutti i passi che l’hanno portato fino a quel momento.
Come uno scontro di particelle. Milioni di microscopiche collisioni che avvengono senza che ce ne accorgiamo. Una piccola esplosione che, per quanto uno provi a controllarla, resta un fenomeno inevitabile.
Un po’ come successe quella sera. Avevamo entrambi diciassette anni. A un certo punto parte quella canzone. La sua preferita. Credo da lì in poi anche la mia. Lui mi guarda e, senza lasciarmi il tempo di immaginare cosa stesse per fare, dice semplicemente: «Vieni, andiamo a ballare.» Mi prende la mano.
È un gesto così veloce che quasi non me ne accorgo.
Ma, ancora oggi, quando ci ripenso, continuo a chiedermi come sia stato possibile che dentro quella mano chiusa nella sua io abbia capito la portata del Big Bang.
Lui si fa strada tra le persone senza alcuna intenzione di lasciarmi la mano. Io gli cammino dietro. Non do a vederlo, anche perché insomma, avevo pure sempre 17 anni, ma dentro sorrido. Arriviamo al centro della sala e all’improvviso, ho la sensazione che il mondo abbia cambiato misura.
Noi siamo vicinissimi. Tutto il resto è lontanissimo. Come se intorno a noi si fosse aperto un cerchio invisibile. Come se le persone, gli animali, il vento, le maree, perfino il tempo, avessero trattenuto il respiro per un istante solo per guardare due ragazzi che si tengono per mano. Poi lui mi guarda. E vorrei dirti che cosa ho pensato in quel momento ma la verità è che non riuscivo più a pensare, perché mentre divampava il fuoco in quella stretta di due mani giovani, il resto del corpo diventava morbido, dolce, intontito, e io proprio non riuscivo più a capire.
Se me l’avessero chiesto non credo sarei riuscita nemmeno a ricordarmi chi fossi cinque minuti prima. C’era soltanto una cosa che sapevo con assoluta certezza.
Che in quella mano stringevo tutto quello che desideravo di più al mondo.
Cos’è successo dopo? Questa direi che è una questione di gusto – che è forse poverino il senso più frainteso di tutti.
Ci hanno insegnato che serve a distinguere il dolce dall’amaro, il salato dall’acido. Ma mi sembra una definizione terribilmente riduttiva. Nessuno, infatti, assaggia il mondo da lontano. Per farlo bisogna avvicinarsi. Bisogna rinunciare a quella distanza che ci protegge dagli altri. Accettare che, almeno per un istante, il nostro respiro si può perdere e confondere con quello di chi ci sta davanti.
Sarà per questo che mi sembra il senso più intimo che abbiamo.
C’è stato un bacio, quella volta, e quella sensazione dalla mano si è rapidamente irradiata in tutto il resto del corpo e credo che per un secondo il mio cervello abbia sentito una specie di solletico, no, forse una vertigine lunghissima, un precipizio, un salto, un tuffo.
Non saprei dire quanto sia durato e non so dire con certezza cos’era, ma nel mentre i miei occhi erano chiusi.
E credo che sia questa la differenza. In un bacio fa sempre la differenza se teniamo gli occhi chiusi o aperti.
Lì per lì mi è sembrato di riconoscerlo, lui, con quel sapore così buono, e mi è sembrato di riconoscermi un po’ anche io.
Molto prima che i miei occhi riuscissero a metterlo davvero a fuoco, io sapevo tutto di noi.
Insomma, queste piccole storie, insieme a tante altre, mi fanno pensare che non dev’essere un caso se in italiano diciamo proprio “sentire”.
E allora mi chiedo che senso abbia avere cinque sensi se poi continuiamo a fidarci quasi soltanto di quello che si vede. A cosa serve vederci perfettamente, se riconosco la tua voce ancora prima di capire quello che sta dicendo? Che cosa me ne faccio di dieci decimi, se un profumo riesce a riportarmi da qualcuno che non è nemmeno entrato nella stanza? E perché dovrei credere che la realtà finisca dove arrivano i miei occhi, quando ad occhi chiusi so sempre come trovare la tua mano?
A me se c’è una cosa che mi ha insegnato la vista, devo dire, è quanto sia bello certe volte poter chiudere gli occhi.
E che, forse, il modo più umano di incontrare il mondo non è guardarlo.
È sentirlo.
Ilaria Serpi
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“Verso l’infinito e oltre” è la celebre frase iconica di Buzz Lightyear! L’eroico ranger spaziale di Toy Story (Pixar) ci ha insegnato a non porci limiti. Volare verso un nuovo progetto, un nuovo viaggio, verso nuovi orizzonti. Andare oltre i nostri occhi, per sentire…il tuo modo di scrivere tocca in profondità, strana sensazione: leggo con gli occhi ma sento tutto il mio corpo 🫶
Agli angoli degli occhi spuntano due lacrime… ma quello che SENTO sono i brividi sulla schiena …