LA PSICOTERAPIA È UNA CURA?

In questi ultimi anni stiamo assistendo a una cosa, secondo me, estremamente positiva, cioè che tantissimi ragazzi si rivolgono allo psicoterapeuta. È crollato il tabù, per cui chi va dallo psicologo è matto.. Per fortuna questa cosa è passata e adesso ci sono un sacco di ragazzi che ci vanno.
Però la mia sensazione, che è forse un po’ più di una sensazione, è che la psicoterapia si sia persa la caratteristica fondante e cioè quella della terapia, per diventare invece più un sostegno, un’assistenza, come se questo bombardamento quotidiano che subiamo che ci dice che tutto ciò che ha a che fare col disturbo mentale ha un’origine organica, abbia finito per deresponsabilizzare gli psicoterapeuti, per cui la cura sostanzialmente, quella vera, la fanno i farmaci. Per cui, finché si tratta di un aiutino al ragazzo che sta un po’ in crisi, uno sfogo, pure pure le cose le cose vanno. Ma se cominciamo a parlare di un disturbo mentale un po’ più serio, a quel punto è come se si demandasse tutto ai farmaci. Perlopiù è così. Poi io so perfettamente che ci sono tanti colleghi, moltissimi li conosco personalmente, che sono bravissimi, che fanno una cura importante, che si rivolgono a patologie serie, però è come se nella cultura non ci fossero più. Cioè l’idea è quella della psicoterapia intesa come un rapporto, non voglio dire di amicizia, ma quasi; che non va a scalfire quella che è una eventuale patologia.
Se noi vediamo, per esempio, negli ultimi anni c’è un ricorso enorme da parte dei ragazzi alla chirurgia estetica e spesso sono gli stessi chirurghi estetici che rimandano a casa i ragazzi, per cui dicono “No, ma guarda, tu non hai nessun bisogno di di fare un intervento di chirurgia estetica”. Ora io non dico che questo accesso così voluminoso alla chirurgia estetica sia dovuto esclusivamente a un’idea di un’impossibilità di agire sulla mente, perché sicuramente ci sono anche dei fattori culturali, però piano piano sta venendo fuori che l’unica cosa che si può realmente cambiare è il corpo.
Guardate anche un altro ambito che secondo me è abbastanza preoccupante, quello delle transizioni di genere. Io ho sentito pochi mesi fa di un ragazzo che in Italia ha fatto la transizione di genere a 13 anni, il che vuol dire che il suo percorso era iniziato almeno un anno prima, 12 anni. Ora io non entro nel merito di quel fatto. Non conosco il caso e non mi permetto minimamente di valutare, però ne faccio un discorso semplicemente di coerenza. Adesso l’OMS e tutti i manuali diagnostici ci dicono che il problema non è più l’identità di genere. Un tempo c’era il disturbo dell’identità di genere, adesso si parla della disforia e dell’incongruenza. Cerchiamo di fare un briciolo di chiarezza. Il discorso è che tra il sesso biologico assegnato alla nascita e l’identità di genere che il soggetto esperisce, non ci deve essere alcuna correlazione. Ora io non entro nel merito, non do giudizi su questa cosa, mi limito semplicemente ad osservare quello che dicono. Per cui questa identità di genere è legata semplicemente a come il soggetto esperisce e vive il suo sentirsi maschio o femmina, il suo comunque non essere vincolato al sesso assegnato alla nascita, il sesso biologico. E il genere non è binario, maschio o femmina, si parla infatti di spettro, nel senso che poi ci sono tante situazioni intermedie che non sono né maschio né femmina. Ora, pertanto, quello che sostengono è che il problema è la disforia, ovvero che qualcuno avverte un malessere nel sentire questa discrepanza tra il sesso biologico e come lui se lo vive. Ok? Ma questo quindi è un problema psicologico a questo punto io non entro nel merito sul fatto che sono d’accordo o meno. Non mi interessa. Seguo quello che ci dicono questi manuali. Ma allora a questo punto curare la disforia, cioè il malessere, dovrebbe essere di competenza dello psicologo. Invece si dice che per poter accedere a un trattamento di ormoni o arrivare all’intervento chirurgico, la condizione è che ci sia una diagnosi di disforia di genere. Ecco, allora, quindi a questo punto io mi fermo, m’arrendo, però sembra proprio che non si possa cambiare con la psicoterapia. Oltretutto tu dici che questo questa identità di genere può cambiare nel corso del tempo e allora perché fai un intervento sul corpo? Cioè, mi sembra veramente di un’incoerenza, ma al di là dell’incoerenza quantomeno manifesta una incapacità a di incidere, ad intervenire su un aspetto assolutamente psicologico che è quello per l’appunto della disforia, quindi di questo malessere.
Ma a me sembra che sostanzialmente noi stiamo comunque assistendo ad una generale deresponsabilizzazione, a cominciare dallo psicologo psicoterapeuta che dicevamo, ma che poi in qualche modo va a coinvolgere tutti gli agenti che stanno attorno all’eventuale paziente, quindi i genitori, insegnanti, contesto socioculturale. Ormai eh se c’è uno stare male è esclusivamente perché c’è il cervello che non funziona.
Ora, se noi andiamo a vedere, la situazione più evidente o perlomeno una delle più evidenti, non l’unica, è quella dell’ ADHD, che tra l’altro a me non sembra proprio una categoria diagnostica a sè stante, vista anche la comorbilità con la quale si presenta. Però, a prescindere da questo, sicuramente un aspetto positivo ce l’ha questa storia dell’ ADHD, che comunque ha fatto vedere che ci sono dei ragazzi che hanno dei problemi. Ma da lì poi tutto scivola su Ritalin, cioè il problema è appunto il cervello che funziona in modo diverso, per cui lo psicoterapeuta non deve far altro che trovare elementi compensatori, trovare il modo di aiutare il ragazzo ad adattarsi a questa sua situazione e quindi i professori non c’entrano niente, i genitori non c’entrano niente, lo psicoterapeuta non c’entra niente perché deve solo… un tempo si diceva “attaccare l’asino dove vuole il padrone”, insomma, praticamente non deve fare niente. La società non si mette minimamente in discussione perché va tutto bene così e il ragazzo è il portatore di un problema. Allora, io mi ricordo che a scuola con certi professori avevo un’ADHD caricata a pallettoni, solo che poi guarivo magari l’ora successiva quando avevo un altro professore con cui mi riuscivo a trovare bene. Adesso, a parte gli scherzi, ma veramente qui mi sembra che stiamo arrivando a un punto dove ci perdiamo completamente di vista l’individuo, quello che vuole dire.
Anche tutto questo discorso della transizione, dove si potrebbe fare una riflessione estremamente interessante su come forse dietro ci sia l’idea di mettere in crisi il patriarcato e un’eterosessualità che spesso è solo masturbatoria, per non dire violenta eccetera, però tutto viene risolto con, secondo me, una leggerezza, se dico stupidità qualcuno poi s’arrabbia? Non lo so.
Poi l’altro discorso è che tutto è genetico. Ma se invece noi andiamo a vedere quello che ci dice la stessa epigenetica, cioè che questi geni per essere attivati hanno bisogno di certe condizioni ambientali, così come la vulnerabilità. Questo dovrebbe dare ancora più centralità alla psicoterapia, perché quello che conta non è tanto che ci siano certi geni che alla fine non dicono niente, perché quello che conta è vedere quanto e come c’è un certo contesto ambientale che può attivarli piuttosto che no, per cui si parla di predisposizione genetica…
E allora io inviterei tutti i colleghi a darsi da fare, a cominciare a riprendere la centralità dell’individuo, riproporre questo discorso che lo stare male, il disturbo mentale, è sempre legato al rapporto interumano, altro che storie! È chiaro che è difficile, in un periodo come questo è meglio starsi zitti, fare il proprio lavoro nel proprio studio e buonanotte. Però mi sembra anche ingeneroso nei confronti di tanti ragazzi che stanno cercando un modo per venire fuori dai propri problemi, perché questi problemi parlano di di qualcosa che non va, parlano di una violenza. Non possiamo veramente americanizzarci in questo modo, soprattutto in un periodo come questo dove non mi sembra che stiano proprio facendo una bella figura! Vabbè, comunque adesso è così. E io credo che invece dovremmo, noi psicoterapeuti, darci molto più da fare e magari studiare di più, impegnarci di più, ma prenderci noi la responsabilità del paziente. Non pensare che noi stiamo soltanto lì ad accompagnare il farmaco.
Che ne pensate?
Marco Michelini
Vai a questo link per vedere il video completo su YouTube: https://youtu.be/o2JSt00DBvY

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