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QUEL NIENTE DA CUI TUTTO VIENE

QUEL NIENTE DA CUI TUTTO VIENE

Sarà novembre e le giornate corte. Sarà l’ora solare che chissà perché è l’ora più buia. Saranno anche l’inizio delle nuvole basse e le speranze tiepide che almeno il freddo arrivi per confermare che il tempo non scorre solo per noi. Sarà che il mondo gira nello spazio senza fine, con gli amori appena nati, con gli amori già finiti, con la gioia e col dolore della gente come me, e sarà che questo era Jimmy Fontana.

Sarà per tutto questo e insieme per la sensazione che le cose non stanno andando come vorremmo, come dovremmo, che mi viene da chiedermi: di cosa è fatta la bellezza di una casa, se non della vita di chi la abita? Però allo stesso tempo la domanda che mi sorge timida e amara è anche: che fine fa quella bellezza se, in un lungo interminabile improvviso, un intero popolo viene espropriato di quei palazzi, di quei giardini, in cui ha vissuto, ha pianto, ha gioito?

E questa non è neanche la cosa peggiore che sta succedendo.

Persino io che cerco una risposta dall’alto delle mie comodità, mi sento di dover trovare riparo. E visto che i muri non mi fanno sentire sicura, mi metto a cercare tra le cose che mi fanno sentire a casa. Le cose che amo. Ad esempio, la poesia.

La verità è che ho dovuto aspettare molto tempo dopo la fine del liceo per innamorarmene. A quei tempi i poeti mi sembravano una cosa infeltrita e stantia, decadenti e pieni di paroloni. Forse per questo ci ho messo molto per rispondere da sola alla domanda “A cosa serve la poesia?”. E l’unica risposta, onesta e indiscutibile che ho trovato è che la poesia non serve proprio a niente.

Me lo suggerì con risolutezza il pizzicorino nel naso, quello subito prima delle lacrime, che provai leggendo i versi di una poetessa polacca il cui nome impronunciabile ancora oggi è una sfida: Wislawa Szymborska. Quella poesia senza nessuna pretesa di lirismo parlava, qualcuno direbbe solo, di una cipolla.

Ma come si fa a scrivere una poesia su una cipolla?! Pensai che non avesse senso, eppure in qualche modo il senso io glielo avevo trovato.

Quelle parole una in fila all’altra mi fiorivano dentro, in un moto centrifugo, come una reazione fortissima a uno stimolo invisibile e molto più di qualsiasi storia compiuta, descritta dall’inizio alla fine, sembravano concedere a chi l’aveva scritta la libertà e a chi la stava leggendo il lusso di vedere la somiglianza abissale tra un pezzetto di niente e l’universo.

Credo sia stato proprio quel giorno che ho iniziato ad amare la poesia che non serve a nulla. Di solito la riconosco perché resiste ai pensieri che conquistano prepotentemente i giorni, anche se non faccio nessuno sforzo per impararla a memoria. Questa poesia è il mio paese selvaggio che non si può manipolare, che parla italiano, inglese e un dialetto stretto che capisco anche se non pensavo di conoscerlo.

Come sarebbe strano, del resto, avere un motivo per amare qualcosa, amarla per il suo essere utile oppure persino amare una cosa di cui si ha bisogno.

Così adesso che ho fatto questa lunghissima premessa, chiamate a raccolta tutte le voci della memoria cerco un verso che mi salvi dal rumore, un suono non che mi spieghi ma che resti.

Lo cerco per ricordarmi che anche quando il mondo sembra perdere senso, ci sono di sicuro dei movimenti perfetti delle labbra, che toccandosi possono creare nuovi spazi in cui riposare.

E allora mi dico che la bellezza di una casa, di un popolo, di un cuore, non finisce davvero finché qualcuno trova il coraggio di nominarla.

Finché qualcuno, nell’imbrunire di novembre, accende una luce e decide che anche una poesia può cambiare il mondo.

Perché forse la poesia non serve a niente, è vero, ma da quel niente tutto viene.

Giuro per i miei denti di latte

giuro per il correre e per il sudare

giuro per l’acqua e per la sete

giuro per tutti per i baci d’amore

giuro per quando si parla piano la notte

giuro per quando si ride forte

giuro per la parola no e giuro per la parola mai e per l’ebrezza giuro,

per la contentezza lo giuro.

Giuro che questa terra non sta per finire

giuro che io sento a volte una gioia così grande,

giuro che la gioia esiste, che esiste e io la sento e

giuro che non mi lascerò intristire da nessun piagnucololso profeta,

da nessun artista che mercanteggia col dolore,

da nessuno che scorrazza nel sangue e me lo spiega

da nessun imbonitore con le sue parole soffocanti.

Giuro che io salverò la delicatezza mia

la delicatezza del poco e del niente del poco poco,

salverò il poco e il niente il colore sfumato,

l’ombra piccola l’impercettibile che viene alla luce

il seme dentro il seme, il niente dentro quel seme.

Perché da quel niente nasce ogni frutto.

Da quel niente tutto viene.

Da “Senza polvere, senza peso” di Mariangela Gualtieri

Ilaria Serpi

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